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venerdì, aprile 30, 2010

Gli stranieri non capiscono - V

Con una mossa a sorpresa (anche mia, che non me lo aspettavo più), ritorna una delle rubriche più amate dai lettori del Blog Ottuso, e spiace per quelli che non possono stupirsi con me, tipo Daniel che ha preferito andare a Ibiza a cantare pipòlfromIbisa piuttosto che restare davanti al computer ad aspettare un nuovo post.
Ci stava un punto qui? O ho chiuso la frase senza metterci il verbo? Boh.

Dicevo: torna la rubrica più amata dai lettori dopo un'assenza di un anno e passa. Quindi forse è il caso di spiegare di cosa parliamo quando parliamo di GSNC (Gli Stranieri Non Capiscono). Urakidany è un italiano che vive e lavora a Tokio da qualche anno, e periodicamente ci fa da corrispondente (con tutto l'astio possibile dell'emigrante) su usi e costumi degli indigeni. La rubrica è aperta a curiosità e domande di ogni genere: chiedete e Uraki vi risponderà.
Un'ultima cosa: l'argomento di questo post è particolarmente delicato, lo vedrete leggendo la prima frase. Mi sento di ringraziare pubblicamente Uraki per averlo voluto condividere con noi, e mando un abbraccio virtuale a lui e a sua moglie per tutti i momenti brutti che hanno passato.
Fatelo anche voi, se vi va.
Heike

Recentemente sono andato al funerale di mio suocero.
Anche in una simile circostanza, in cui certo nessuno si aspetta di divertirsi ma nemmeno di irritarsi o indignarsi, questo paese è riuscito a stupirmi (per non dire scioccarmi).
Diciamo che la giornata è partita male. I problemi intestinali di mio figlio che già mi avevano fatto passare una notte insonne e pentire di non averlo affidato a qualcuno, hanno contribuito a rendere ancora più difficile questo momento.
Dopo essere stati all’ospedale (qui ci sarebbe da fare un discorso a parte, visto che alcuni erano chiusi e altri aprivano in tarda mattinata, come se le emergenze non dovessero esistere prima di una certa ora) ci rechiamo al luogo per le esequie funebri. Un luogo da un nome caratteristico: “Memory Hall”, scritto in katakana (uno dei loro 3 alfabeti) メモリホル e bizzarramente pronunciato MEMORIHORU.
Qui troviamo diversi parenti che neanche mia moglie aveva mai conosciuto in vita sua. Al contrario di quanto si pensi, questo paese non tiene in particolare considerazione le relazioni familiari e spesso i giapponesi si incontrano solo ai matrimoni o ai funerali. Per esempio, io avevo incontrato mio cognato solo al mio matrimonio quattro anni fa e al funerale di mio suocero, oltre ad averlo rivisto per la seconda volta, ne ho conosciuto per la prima volta i genitori.
Dopo i vari saluti di circostanza, in cui praticamente tutti mi hanno quasi ignorato, arriva l’organizzatore della cerimonia: faccia emaciata, occhiaie profonde; insomma, in perfetta sintonia con il lavoro che svolge. Comincia a spiegarci dove sedersi esattamente, dove stare quando non siamo seduti, cosa fare e cosa dire.
Ormai avevo capito da tempo che questo è un paese molto cerimonioso e che i nipponici amano essere guidati perfino ad andare al bagno, ma pensavo che a un funerale si fosse un po’ più liberi da certi schemi e ritualismi. Niente di più sbagliato. E quello che sarebbe successo dopo mi avrebbe fatto capire quanto io continui scioccamente a illudermi.
Mentre su di un monitor scorrono le foto in slide show del ‘caro estinto’ ci mettiamo tutti a sedere. A un certo punto arriva una donna molto elegante. Si mette in una postazione tipo dj da discoteca in un angolo della sala. Esordisce con banali frasi di circostanza: “la morte di quest’uomo ha lasciato un vuoto incolmabile nella famiglia” e cose del genere.
Dopodiché io e mia moglie ci alziamo e ci rechiamo vicino a un altarino dove dobbiamo alzare tre volte della cenere da dentro un’urna e lasciarla ricadere al suo interno. Seppure non sia un fervente cristiano mi rifiuto di scimmiottare rituali di altre religioni (oltretutto senza capirne il significato) pertanto mi limito a unire le mani in gesto di preghiera e a salutare con un inchino i parenti in segno di ringraziamento per la loro partecipazione.
A un certo punto, i familiari del defunto devono alzarsi due alla volta, inchinarsi prima verso le persone sedute sulla sinistra, poi verso quelle sulla destra, alzare e far cadere per tre volte la cenere da un’urna volgendo le spalle a tutti, pregare brevemente per poi rivolgersi ancora agli astanti in sala salutandoli di nuovo con un inchino da sinistra a destra prima di rimettersi a sedere.
A proposito dell’inchino ricordo una scena interessante. Ero in una chiesa dei salesiani vicino a casa il giorno della vigilia di Natale; per la prima volta partecipavo a una messa in giapponese, quando al momento dello scambio del segno della pace tutti, come marionette, cominciano a inchinarsi molto velocemente a destra e a manca. Riflettendoci un attimo, è normale aspettarsi questo dai giapponesi piuttosto della stretta di mano come facciamo noi, ma vedere quel ritmo meccanico di inchini in tutte le direzioni è stato particolarmente esilarante.
Tornando al funerale, dopo gli ossequi di rito, arriva un monaco buddista, si mette a sedere davanti all’altarino e volgendo le spalle all’assemblea, comincia a intonare il sutra dei defunti: una cantilena di 30/40 minuti circa, recitata in una lingua arcaica che nessuno capisce e accompagnata dai rintocchi di una campana che lui stesso batte. Nessuno nella famiglia di mia moglie è buddista, ma i giapponesi magicamente lo diventano quando devono far celebrare un funerale; suscitando, talora, per queste loro estemporanee metamorfosi religiose, il disappunto degli stessi monaci buddisti.
Alla fine la cerimonia viene chiusa come era iniziata, ovvero con lo stesso inchino di commiato da parte di tutti i parenti agli astanti e dopo che il monaco se ne va, ecco che torna la cerimoniera-dj che inforca altre frasi di circostanza e ci spiega cosa dobbiamo fare a quel punto della cerimonia.
Viene condotto il feretro aperto e a tutti vengono distribuiti fiori di loto da porre sulla salma. Nel momento di cordoglio, tra lo strazio generale dei pianti, un’altra persona dello staff comincia a scattare foto. Questa è stata la prima vera cosa che mi ha sconvolto quel giorno. I giapponesi conservano album di fotografie dei funerali come si fa per i matrimoni. Vogliono conservare il ricordo non solo dei lieti eventi, ma anche di quelli che nessuno di noi vorrebbe mai ricordare.
La morte per loro costituisce al contrario un evento da ricordare, perché essa non è una fine, ma un legame nella catena dei doveri che a scadenze precise e comandate si presentano (il periodo del lutto, gli anniversari speciali della morte, le feste dedicate ai morti, ecc.).
Non avevo un grande rapporto con mio suocero, ma la vista di una persona morta che conosci ti stringe inevitabilmente la gola. Ci ho pensato dopo e mi sono decisamente irritato. Ma come si fa a tollerare che qualcuno ti faccia delle foto mentre piangi per la perdita di un parente! La cosa purtroppo non solo è tollerata, ma è parte di tutto il pacchetto della cerimonia. Cerimonie dietro il quale ci sono giri di soldi pazzeschi. Finora conoscevo solo quello delle cerimonie nuziali ma ho scoperto che le imprese funebri e gli stessi monaci buddisti oltrepassano di gran lunga quel limite. Sembra che in questo paese tutto sia commercializzabile, non soltanto lo spettacolo della sofferenza umana, ma tutto ciò che c’è di terreno e ultraterreno. Guai però a fare una critica del genere davanti a un giapponese. Ti lancerebbe uno sguardo di disprezzo, quasi fossi un demonio che volesse stravolgere dinamiche assolutamente naturali e umane. Ma non c’è solo il fatto che le fotografie servono a ricordare, l’uso che i giapponesi fanno delle fotografie e molto diverso dal nostro, fotografano l’inimmaginabile, non solo per contemplare, rievocare, ma soprattutto per catturare momenti di vita che credono di vivere ma non vivono. Compresi quelli che si presentano in modo particolare e doloroso. Vi è un’inevitabile bisogno di mostrare la loro partecipazione a questa vita catturata a forza. Fotografano il primo sbocciare di un fiore di ciliegio perché esprime l’effimero, quindi la loro stessa vita che sfugge e si dissolve come la fioritura di ciliegi nell’arco di una settimana. Ma di questa sentimento dell’effimero non ne traggono alcuna lezione di vita. Non fanno nulla per migliorarla, per gioire, per renderla meno soffocante, più libera da schemi, regole, doveri spesso inutili e senza senso. Anzi, sembra che più questo “effimero” sia regolato da prescrizioni e doveri, più esprima la vita stessa, come se questo ordinamento fosse l’espressione o l’incarnazione di una legge cosmica universale. È una società senza valori, perché i valori costano e richiedono sacrificio personale. Hanno già dedicato se stessi a tutto il resto che non rimangono risorse personali se non per dei valori inutili.
Finito il teatrino degli scatti fotografici, arrivano delle persone dello staff e ci invitano, guidandoci passo a passo come bambini, a entrare dentro un autobus con tutti gli avvertimenti del caso a cui loro non possono assolutamente rinunciare: “attenti al gradino”, “attenti alla testa” ecc.
L’autobus ci conduce esattamente nel posto dove la salma deve essere cremata e sembra che qua, per legge tutti i defunti lo debbano essere. Appena giunti a destinazione arrivano come formiche altre persone dello staff (è incredibile come in Giappone siano necessarie così tante persone per i lavori più inutili) che ci invitano ancora una volta a non sbattere la testa uscendo dall’autobus, come se fossimo deficienti o masochisti, e ci fanno strada uno a uno dalle loro posizioni verso i forni crematori (non per noi per fortuna). Praticamente 100 metri di giardino erano coperti da almeno 20 persone che uno alla volta ci indicavano con la mano la strada da percorrere. Dentro la sala dei forni troviamo un’altra miriade di persone per soli 5 forni, ci invitano a salutare per l’ultima volta il defunto da una finestrella che si apre sulla bara e ne mostra il viso e poi via all’ignizione. Durante l’attesa ci invitano a sederci in una saletta privata dove arrivano dolci e bevande varie (anche alcoliche e nonostante tutto quello che si prendono per questa cerimonia, ci vengono messe in conto come negli hotel) e mentre il pover’uomo arde noi beviamo e chiacchieriamo amabilmente tra parenti semisconosciuti.
Dopo un po’ ci avvertono che la cremazione è finita. Ci rechiamo tutti nuovamente verso i forni dove succede quello che proprio non mi sarei mai aspettato. Viene aperto il forno e cominciano a rimestare i pezzi di ossa rimasti davanti ai nostri occhi. Alla vista di una parte delle ossa facciali di mio suocero io mi reco fuori, perché nonostante non sia particolarmente impressionabile, non mi piace vedere i resti di una persona conosciuta che fino a 30 minuti prima mostrava integro il suo corpo. Giuro, che ancora quando chiudo gli occhi, mi torna in mente l’immagine di quelle ossa facciali. La cosa che mi lascia interdetto è che se vai dal macellaio trovi la carne già prontamente tagliata senza ossi perché secondo lo shintoismo (altro cambio di religione e non vi stupite se cominciate a non capirci più niente perché si sono persi da secoli anche i giapponesi) il sangue e gli ossi dei quadrupedi sono considerati impuri e non devono essere mostrati. Anticamente (e qualche volta anche ai giorni nostri ma ne riparleremo meglio in futuro), chi faceva questo lavoro veniva bistrattato e trattato come una persona immonda mentre le ossa di un parente defunto non suscitano alcun turbamento o repulsione.
Mentre un po’ confuso continuo a passeggiare, arrivano altri parenti a invitarmi dentro; i loro occhi esprimono ansia e mi invitano urgentemente a rientrare dicendomi qualcosa del tipo: “svelto! C’è la cerimonia delle ossa, non puoi mancare!”. Eh no! A questa cerimonia passo e che si offendano pure! Dico che mi dà fastidio e preferisco evitare. Scorgo le loro facce sorprese perché quello che si apprestavano a compiere è per loro la cosa più normale del mondo, come lavarsi i denti la mattina.
Successivamente però mi sono fatto spiegare da mia moglie in cosa consisteva il macabro rituale. Praticamente ognuno dei parenti deve prendere un pezzo di osso con delle molle e depositarlo nell’urna cineraria. Le regole sono severe, bisogna iniziare dai piedi per arrivare alla testa. Verrebbe da dire:” vince chi completa prima il puzzle” se non si trattasse dell’incredibile realtà (che talora supera la fantasia). Scherzi a parte, la ritualità dell'azione serve solo a sottolineare che non sono le ossa di un pollo che puoi buttare nel bidone dell'immondizia e quindi diventa un gesto di deferenza verso il defunto, per quanto un tantino macabro.
A proposito mia moglie mi ha spiegato che è di malaugurio mentre si mangia prendere insieme lo stesso pezzo di cibo con le bacchette perché ricorda proprio questo rito. Quando finalmente finisce tutto veniamo guidati di nuovo dal personale delle onoranze che ci ripete il ciclo delle indicazioni e gli avvisi per risalire in autobus e tornare nuovamente alla Memory Hall.
In questo paese ogni giorno sembra di vivere tanti déjà vu, tale è la mole delle ripetizioni delle cose che si devono fare e delle stesse frasi che, provenienti dagli altoparlanti sparsi ovunque, si devono ascoltare (l’inquinamento acustico di una città come Tokyo non ha rivali, non solo, sembra che nessuno conosca la parola “inquinamento acustico” tanto vi ci sono abituati). Come ogni cerimonia che si rispetti non c’è conclusione degna se non finisce con un banchetto. Immagino che mangiare e chiacchierare serva tutto sommato ad allentare la tensione, a sdrammatizzare l’angoscia della morte, visto che ogni popolo ha un diverso modo di affrontare questo evento.
Tra le cose curiose, questo Memory Hall è come una specie di hotel, con diverse stanze private, con tanto di vasche e docce (ma non chiedetemi il perché), stanze per le cerimonie e sala per i banchetti. In questa sala vicino ai tavoli si trova una specie di altarino con la foto del defunto, a cui davanti viene appoggiato lo stesso pasto che tutti i commensali consumano per esprimere la comunione con i viventi. Ci mettiamo tutti a tavola.
In generale in Giappone, la persona più importante del banchetto, deve stare seduta a un lato centrale del tavolo a destra o a sinistra. Nella nostra situazione, per qualche strana ragione, occupa questa posizione la parente più anziana, che è anche la più chiacchierona e rompiballe della giornata (oltre ad essere la prossima candidata alla cerimonia funebre!) che in continuazione parla dei tempi della guerra, riporta pettegolezzi su persone estinte, malate, senza risparmiare anche qualche punta di malignità nei confronti di mia suocera, anch’essa defunta. Parla con tutti, pure con mio figlio di un anno, ma mai con me.
Improvvisamente mi rendo conto che non solo lei, ma nessuno, fin dall’inizio mi ha quasi mai rivolto la parola se non per dirmi cosa dovessi fare. Praticamente anche gli stranieri devono obbedire alle loro regole, partecipare alle loro cerimonie ma poi diventano poco più del fondale di una stanza quando si tratta di parlare del più o del meno o essere parte della società comune e non ti danno considerazione neanche per finta o per simulare un minimo di educazione. A ripensarci mi viene una rabbia incredibile, praticamente non conto niente e non perché loro non mi conoscono, quasi nessuno di loro si conosceva prima di incontrarsi in quell’occasione ma io ero un’eccezione … come se non fossi degno di partecipare al loro banchetto.
Questo è purtroppo quello che succede quasi ogni giorno a uno straniero che vive qua, a volte, all’opposto ti coprono di considerazioni (soprattutto i giovani) perché essendo straniero li incuriosisci come le scimmie incuriosiscono i bambini allo zoo, ma il più delle volte (soprattutto gli anziani) ti ignorano completamente (e devo dire che i giapponesi hanno un’abilità particolare nell’ignorare qualcuno o qualcosa).
Quindi mi trovo in questo pranzo considerato solo da mia moglie che per fortuna commenta sarcasticamente con me quello che avviene durante questo pranzo e non mi stupisco che queste persone non si siano mai, oppure di rado incontrate in vita loro. Prima di questa esperienza agognavo tantissimo una famiglia giapponese, visto che da quando sono qui sono praticamente sempre stato solo con mia moglie e avevo grandi aspettative da questa riunione, seppur in una spiacevole evenienza. Adesso posso farne volentieri a meno, nonostante sia molto dispiaciuto, preferisco godermi mia moglie e mio figlio e dimenticarmi di questa gente.
Comunque, mentre tutto il resto dei commensali chiacchiera ancora per una volta del più e del meno arriva il tipo con la faccia da becchino che, senza alcun riserbo, interrompe tutti i discorsi e ci invita cortesemente ad andarcene. Tutti si alzano mestamente perché qui funziona così, da noi sarebbe stato maleducato interrompere un pasto, soprattutto in un’occorrenza del genere, ma qua no. Anche la maleducazione spesso è sistemica, e al contrario, un gesto per noi educato (come per esempio se vediamo qualcuno in apparente difficoltà e chiediamo se ha bisogno di aiuto…praticamente ho smesso di aiutare le mamme col passeggino a fare le scale visto che tutte le volte mi sembrava di fargli un torto), è spesso ritenuto impertinente e fastidioso.
Torniamo a casa con il tizio dalla faccia da becchino che ci segue, come a dire: “la morte ti sta sempre appresso”. Una volta arrivati a casa ci sistema un altarino in una stanza. Nel nostro caso scegliamo la washitsu (la stanza in stile giapponese con il tatami) e accanto alla foto viene posizionata della frutta e l’urna con il resto delle ossa e delle ceneri che deve restare nella casa per 49 giorni; dopodiché l’urna verrà messa nella tomba di famiglia rappresentata da una sola lapide senza foto con su scritti i nomi dei defunti, ma cambiati nella forma buddista (anche qui sempre che nessuno sia mai stato in vita sua buddista). Questo nome postumo si chiama “kaimyo”, viene dato perché la morte è un passaggio, il funerale è un rito di passaggio, si passa da una condizione di vita a un’altra; il nome rappresenta una identità diversa da quella avuta in vita (lo shintoismo, la religione autoctona, non ha una escatologia sviluppata, quindi non dice nulla o molto poco riguardo alle condizioni di vita dell’anima dopo la morte, a questa assenza risponde appunto il buddismo). Fin qui tutto bene se non fosse che i monaci, in accordo con le imprese funebri si fanno pagare questi Kaimyo e vi garantisco che questi soldi non vanno in beneficienza ma se li intascano direttamente loro. Se questo non bastasse, aggiungo che ci sono diverse tariffe, a seconda del nome e si va da un Kaimyo di fascia bassa che costa 300.000 yen fino al top di gamma che viene 200.000.000 yen. Vi chiedete perché mai i parenti non dovrebbero scegliere il nome postumo meno costoso? Semplice, perché più costoso è il kaimyo e più sicura e agevole è la strada verso il paradiso. Che ci fossero delle corsie preferenziali nell’aldilà con pagamento in moneta questa proprio mi sfuggiva e ringrazio i monaci buddisti giapponesi per questa importante dritta. Se una persona volesse fare un torto all’odiato parente anche dopo la morte sa come fare: basti che gli compri un kaimyo da pezzente. In ogni caso è molto interessante vedere non solo come questa gente del settore se ne approfitti ma come tutti gli altri si bevano questa storia e ingrassino le tasche di questi santoni.
Per fortuna mia moglie poi mi ha raccontato che recentemente sempre più persone della nuova generazione rifiutano questo tipo di rito funebre per loro macabro e troppo impostato (anche decisamente costoso) e a volte celebrano il tutto senza monaco, con semplicemente della musica di sottofondo e senza il rito delle ossa e dell’urna. Anche la madre di mia moglie non aveva simpatia per la cerimonia classica e aveva lasciato tra le disposizioni la volontà che partecipassero solo il marito e le due figlie al rito. Quando il tizio delle onoranze funebri se ne va mia moglie e sua sorella si mettono attorno al tavolo con una pila altissima di documenti e cominciano a discutere di faccende legali.
Tutto abbastanza regolare se non per una cosa che mi incuriosisce particolarmente: come per i matrimoni i parenti più lontani devono lasciare una busta con dei soldi alla famiglia se nonché, circa la metà deve essere restituita sempre in una busta al mittente. Ho scoperto in seguito che questo viene fatto anche in altre circostanze; anche nel compenso di una prestazione musicale o altro. Sinceramente non capisco il senso di tutto questo, ma sono troppo stanco per chiedere ulteriori spiegazioni che alla fine comunque, essendo uno sciocco straniero, non potrò mai capire.
La giornata finisce e quando pensi di poterti mettere tutto alle spalle, il giorno seguente arriva, senza preavviso, una persona delle pompe funebri che suona alla porta e ci chiede di entrare per consegnarci un questionario di gradimento del servizio svolto. Passati un paio di giorni invece chiamano mia moglie al telefono dicendo di recarsi alla loro sede con sua sorella per parlare di alcune pratiche da sistemare e abbastanza urgenti. Arrivate lì scoprono che si tratta solo di una scusa e cominciano subito a parlare di promozioni e sconti famiglia nel caso qualcun altro membro della famiglia (e qui le corna ci stanno tutte) dovesse ancora avere bisogno dei lori servigi. Ma perché tutto in questo paese deve essere così grottesco e amareggiante?

venerdì, dicembre 26, 2008

Gli stranieri non capiscono - Speciale natalizio

Mi sembra di sentirle, le grida di esultanza all'apparire del nuovo post dal Jappone di Urakidany.
E, per deliziarci, ci ha preparato un breve excursus sul Natale giapponese. A me ha fatto parecchio ridere.
Vi ricordo che se avete curiosità o domande sul Sol Levante, chiedete pure (nei commenti o via posta elettronica) e Urakidany sarà entusiasta di rispondervi.
Buona lettura!
Heike

Come pochi sanno, Cristo non è affatto morto sulla croce e scommetto che ancora in meno sono a conoscenza del fatto che avesse un fratello minore. Gesù è in realtà fuggito in Giappone e per la precisione nel villaggio di Shingou nella prefettura di Aomori e ad essere andato sulla croce è stato proprio lo sfortunato fratellino. Una volta scampata la morte si è sposato e ha messo su famiglia, conducendo una vita tranquilla, per poi spegnersi alla veneranda età di 118 anni. Inoltre, essendo un personaggio notoriamente portato a fare miracoli, veniva spesso scambiato per un “tengu”, una strana divinità dal naso lungo e le ali di corvo appartenente alla religione shintoista.
No, non sto delirando, almeno non io, questa è la “vera storia di Cristo” che alcuni giapponesi si tramandano e che festeggiano un giorno all’anno danzando intorno a una croce e cantando una litania in una specie di ebraico giapponesizzato. Il bello è che le decorazioni e l’atmosfera della festa sono in perfetto stile shintoista, dato che, come ho avuto modo di dire in un altro post, qui si tende a mischiare le diverse tradizioni religiose e fonderle con quella autoctona; un po’ come avviene con tutte le cose estere che capitano sotto le loro grinfie.
Questa festa, di cui allego foto, video e sito ufficiale, è per me il segno più eloquente della stupidità diffusa nella stragrande maggioranza di questo popolo; un’ebetudine che oserei chiamare “fanciullesca”. Di ben altro livello se paragonata a quella di altri paesi, intrisa però spesso di cattiveria e malizia.
In futuro vi parlerò meglio anche di altre due bellissime feste: quella del pene e della vagina, ma anche della festa delle tette scoperta da me solo di recente.
Considerando questi bizzarri festeggiamenti e molte delle loro credenze e usanze, si può capire come questo sia ancora un popolo fermo all’età della pietra, un popolo che fino a qualche anno fa (ma per alcuni è vero ancora adesso) credeva nella divinità dell’imperatore - e non a caso il 23 dicembre è festa nazionale, nella quale si commemora il genetliaco dell’imperatore, che tra l’altro dà il via al loro calendario. Eh sì perché in realtà non siamo nel 2008, ma nell’anno 18 del regno dell’era Heisei (平成, "pace ovunque").
Se queste sorprendenti e illuminanti verità non vi sono bastate, adesso spiegherò a tutti il vero valore del Natale che i saggi maestri giapponesi ci insegnano, e considerando il loro legame con Gesù direi che ne hanno pienamente il diritto.
Allora, prima di tutto “Buon Natale” in giapponese si dice “merī kurimasu” e se qualcuno osasse fare obiezioni sulla “giapponesità” di questa frase, dovrebbe fare i conti con almeno un quarto della loro lingua. È quindi meglio non porsi troppe domande.
A Natale, nonostante tutta la finta atmosfera che cercano di ricreare con gli addobbi, le musiche e tutta la fiera del consumismo possibile immaginabile, si lavora come tutti gli altri giorni. Immagino che non sarebbe educato festeggiare pubblicamente il compleanno di qualcun altro nella stessa settimana del “sacro sovrano” e poi forse vi sarebbero troppe vacanze tutte insieme no? La sera del 24 invece è molto importante passarla col ragazzo o ragazza (o amante), mangiando la kurimasu cake, una normalissima torta di compleanno con panna e fragole travestita da dolce di Natale che si può acquistare anche nei famigerati konbini, per poi concludere la serata in un love hotel a fare le cosacce e facendo diventare il Natale una semplice versione spinta di San Valentino.
Per quanto riguarda gli addobbi, quest’anno sono di moda gli alberi di Natale neri e qualsiasi riferimento alla natività è completamente assente, in quanto non è raro imbattersi in persone che ignorano il fatto che in questa ricorrenza si celebri la nascita di Gesù
I regali si fanno solo ai bambini, oppure ci si scambiano tra fidanzati, e il giorno dopo Natale tutti gli addobbi vengono immediatamente tolti per lasciare spazio a quelli celebrativi del nuovo anno, che è la loro ricorrenza più importante e che non se ne abbia a male l’imperatore.
La notte di capodanno scordatevi i botti e i brindisi che sono sostituiti da silenzio e rintocchi del gong (118 per l’appunto) provenienti dai templi che pare di ascoltare le campane che suonano a morto. Si va al tempio per ingraziarsi qualche divinità e si mangia il “mochi” una cosa gommosa ottenuta pestando il riso bollito, che ogni anno miete più vittime del cancro visto che molti vecchietti rimangono strozzati mangiandolo convinti che porti bene come le nostre lenticchie, che però se non portano davvero soldi almeno non hanno mai ammazzato nessuno.
Dico la verità, non sono religioso, ma il Natale ha sempre avuto in me un effetto particolare e, dopo essermi trasferito in Giappone, forse ho capito perché: sono convinto che lo scopo del Natale non sia solo far girare l’economia ma anche dare un po’ di respiro alle persone più disgraziate che almeno in questo breve periodo hanno l’occasione di alleviare le proprie sofferenze. A Natale ci si vuole tutti bene, siamo tutti amici e soprattutto non si soffre più.
Ecco, sembreranno le solite frasi buoniste ma io soprattutto a quella del non soffrire più ci credo davvero, secondo me il Natale porta gioia, colori e calore; poi si ritorna al grigio ma almeno si tira un po’ il fiato. Il Natale è un giorno di tregua nella guerra della vita, un giorno di respiro, magari per racimolare le forza e ricominciare presto più bastardi di prima ma intanto ci si concede una pausa che male non fa. In Giappone esistono molte poche pause e alla fin dei conti nonostante il loro sforzi e la loro nota predisposizione verso le emulazioni il Natale dei giapponesi appare come una pessima e sbiadita imitazione. Non hanno sufficiente cuore e anima per viverlo veramente e la mancanza di questa festa, vissuta come dovrebbe essere, secondo me si fa sentire. La loro vita grigia e infelice prosegue in questa direzione senza un minimo di pausa e di sollievo. Questa gente è esaurita, ve lo posso assicurare, sta male nel corpo e nello spirito e avrebbero davvero bisogno di un po’ di Natale.
Quindi questo post lo chiudo nel più scontato ma anche nel più necessario dei modi: tanti auguri di un buon Natale a tutti… anche ai giapponesi a cui almeno il 25 dicembre voglio tanto bene.

Meriiiiii kurisumasuuuuuuuuuuu
Urakidany

Alcuni link:
- Il video della festa del fratello di Gesù
- Il video della tomba giapponese di Gesù
- Il sito ufficiale della tomba di Gesù (non pensavo avrei mai scritto una cosa del genere, ndH)
- Altro sitarello
- Idem
- Poi basta

mercoledì, ottobre 01, 2008

Gli stranieri non capiscono - III

Torna Urakidany, e risponde a tutte le vostre domande sul Giappone, l'universo e tutto il resto, basta chiedere!

Io ho una domanda che potrebbe sembrare incredibilmente idiota. il fatto è che IO sono incredibilmente idiota, ergo la domanda: molte persone (spesso anche io, perchè vd. sopra) confondono elementi della cultura giapponese con altri della cultura cinese o di altri popoli dell'area. tipo: "chi è che ha inventato l'origami?" o "dov'è che stavano i samurai?". Ora, per i giapponesi è lo stesso? tipo vedono una baguette e dicono "wow, le squisite baguette napoletane!"(la domanda poteva anche essere formulata in questi termini: "Come considerano i giapponesi la cultura occidentale?" (gb)

In genere un occidentale non distingue un cinese da un giapponese o coreano perché gli sembrano tutti uguali, anche se poi, con l’abitudine, le differenze possono essere molto chiare. La cosa che forse stupirà un po’ è che, almeno i giapponesi, vedono in noi occidentali ancora meno differenze, e praticamente potrei fingere una nazionalità diversa a giorni alterni visto che nessuno se ne accorgerebbe. Qui i turchi fingono di essere italiani e gli africani di essere americani per sembrare più fighi, poi c’è chi come un’amica di mia moglie è stata fregata per 3 anni da un iraniano che si fingeva greco (era anche sposato, ma questa è un’altra storia).
Noi siamo solo gli abitanti dell’ “Estero” che è tutto uguale e si differenzia naturalmente dalla Cina, Corea, Filippine e soprattutto dal Giappone, il popolo eletto (eletti da se stessi) alla faccia degli ebrei.
Gli abitanti dell’estero sono i caucasici e i neri mentre gli asiatici, come i cinesi e tailandesi, sono per loro appunto cinesi e tailandesi. In poche parole: come noi quando vediamo un asiatico pensiamo subito che sia cinese, loro ti additano come straniero quando non sei un asiatico.
Si rivolgono a noi, esseri alieni, con domande e affermazioni del tipo:
“All’estero ci sono le quattro stagioni? E i ciliegi?”
“All’estero si mangia il pesce? Eh, ma sicuramente non è buono come in Giappone!”
“È vero che all’estero si usa tanto il burro per cucinare? Ecco perché sono tutti obesi.”
“All’estero c’è tanta criminalità… ah, come si sta bene in Giappone!”
“All’estero sono tutti cattolici”.
“È vero che all’estero…” (seguono varie domande inutili che cerco di dimenticare)
Se finora pensavate di essere italiani sappiate che siete solo “esteri”, abitanti del pianeta “Estero” molto più grande del pianeta Giappone per superficie, ma assolutamente inferiore per importanza. Io sono un gaijin qualunque che spesso viene schifato in treno o per la strada, e a volte ammirato e adulato solo per il fatto di essere straniero. Ma entrambe le cose sono fastidiosissime, perché assolutamente prive di coscienza. Se mi siedo in treno, gli anziani si spostano e per strada calcolano al millesimo il tempo del rutto o dello sputo per terra quando passo; i giovani invece, vista la loro enorme crisi di identità, vogliono sempre uscire con me, perché affascinati dal diverso (nel senso di nazionalità).
Al ristorante mi chiedono se ho problemi con la carne di maiale, oppure le colleghe di mia moglie dicono che sono figo senza avermi visto neanche una volta.
Siamo desiderati come sfondo della loro vita, dove tutti sono giapponesi e gli stranieri sono degli addobbi, come nei loro telefilm, dove alcuni miei amici fanno da comparse creando la cornice che racchiude i loro beniamini (dal discutibilissimo fascino e bravura).
Fanno poi una confusione incredibile e mischiano tutto, dagli ingredienti di un piatto, modificato a loro piacimento, alla religione. Per il matrimonio, ad esempio, vogliono a tutti i costi la cerimonia cattolica perché bella e quindi nello stesso giorno vanno al tempio con il vestito tradizionale e poi si cambiano e senza nessun rispetto vanno in chiesa con l’abito bianco (è spesso vestito di bianco anche lo sposo, uno spettacolo inguardabile). Naturalmente la chiesa è finta e pure il prete; un mio amico purtroppo lo fa per lavoro, ma loro non dubitano minimamente che tutto sia fasullo, l’importante è l’ambiente kitsch e il prete straniero, per fare appunto da cornice al loro lieto evento perché di lieto avranno solo quello. Partecipano a messe in inglese tanto nessuno capisce niente; e neanche si alzano quando dovrebbero, perché ignoranti non solo dal punto di vista linguistico, ma anche culturale.
Un mio studente anziano voleva fare un pellegrinaggio a Santiago de Compostela e mi chiedeva come fare a diventare cristiano per un periodo di 2 mesi. Voleva assaporare appieno l’esperienza cattolica per quell’occasione e quando l’ho informato che non esiste una “member’s card” e che bisogna solo credere in Dio, mi ha detto che la nostra è una religione noiosa… poi ha chiesto ad altri.
Il missionario Francesco Saverio ha fatto proseliti in molti paesi asiatici, ma è praticamente scappato dal Giappone. Diceva che il giapponese era una lingua inventata dal diavolo: è talmente incasinata che puoi dire il contrario di quello che stai sostenendo. Mentre sembrava che avessero capito, in realtà non avevano capito una mazza. Soprattutto Saverio rimaneva inorridito dal fatto che dopo essersi battezzati continuassero con le loro pratiche ataviche come se niente fosse.
Parlando di un argomento più leggero come il cibo, spesso lo chiamano solamente “cibo europeo” come se spagnoli, francesi, italiani e inglesi (esiste il cibo inglese?) mangiassero tutti le stesse cose. E spesso criticano la nostra cucina, ma se poi vai a guardare, il 99% dei ristoranti italiani e francesi è gestito interamente da giapponesi che non di rado cucinano obbrobri, come gli ormai famosi spaghetti al ketchup. Credono di essere talmente abili da poter fare tutto e meglio di altri, se poi dici che in Italia qualche ristorante giapponese è gestito da cinesi gridano allo scandalo. Hanno un ente che protegge il cibo giapponese all’estero; ma il cibo estero in Giappone può essere seviziato senza pietà. Carbonara acquosa con uovo mezzo crudo sopra e una fettina sguazzante di pancetta, pizza con mais, uova e maionese (esiste anche la pizza alla carbonara, ma ahimè non la carbonara alla pizza) e spaghetti con uova di merluzzo e alga nori sopra, che intende simulare il prezzemolo. Se non ti viene il mal di stomaco per gli intrugli che ti somministrano, ti viene per la rabbia.
Sono molto combattuti, a volte si sentono inferiori e ammirano tutto ciò che è occidentale, ma più spesso si sentono superiori a noi e si fidano più di un piatto di pasta preparato da un giapponese piuttosto che da un italiano. Io dico che non conoscono il gusto del cibo e lo imitano solamente e male. Loro sono invece convinti che gli stranieri non conoscono il gusto giapponese e quindi un piatto fatto da loro è sicuramente migliore. Ovvio, devono essere autoreferenziali anche nei sapori! L’importante per loro è che un piatto abbia l’aspetto di essere italiano (o di qualche altro paese del pianeta Estero), ma poi nella sostanza deve avvicinarsi al gusto a cui sono abituati.
Altro esempio: prima esaltano il Rinascimento, l’Opera e le nostre città, poi però ti dicono che l’arte Ukiyo-e e il Kabuki sono migliori e se gli nomini tutte le cose belle che ci sono nel mondo, loro ribattono che in Giappone ci sono tante terme e siamo noi a dover invidiare loro (se gli dici che le terme ci sono anche in Italia dal tempo degli Etruschi, o dicono che lo ignoravano o ti rispondono che l’acqua sicuramente non sarà abbastanza calda come qui in Giappone).
Spesso un complesso di inferiorità ne genera uno di superiorità e sentendosi ammirati e dipendenti dalla cultura occidentale, combattono questo complesso con l’orgoglio e il convincimento di essere superiori a tutti i costi. Un altro mio studente mi diceva che andava quasi sempre al ristorante italiano e qualche volta a quello francese e praticamente non mangiava giapponese quasi mai, quando però gli ho chiesto quale fosse il suo piatto preferito mi ha risposto: il sushi.
Non mi piace parlare di culture inferiori e superiori e a volte ammetto che tutto questo è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, ma sono talmente irritanti e supponenti che non ce la faccio a lasciarli cuocere nel loro brodo.
In quanto italiano devo ammettere però che in alcuni casi mi guardano con ammirazione e la nostra fama fa la differenza, rendendomi ogni tanto la vita più facile degli altri. Se prima erano gli americani ad essere ammirati nonostante gli avessero tirato addosso 2 bombe atomiche, adesso gli europei e soprattutto i francesi e gli italiani sono ben visti perché i giovani sono amanti della moda, del cibo etnico (comunque il sushi è sempre il sushi) e di macchine sportive; perché niente è più necessario del superfluo, no? (di chi era questa Heike? Ancora Oscar Wilde?) Domani scopriranno di essere amanti della cultura spagnola, ma tutto, ovviamente, per sentito dire perché le differenze proprio non le vogliono capire. Capire significherebbe ammettere e piuttosto che ammettere qualcosa che possa mettere in discussione la loro superiorità preferirebbero farsi ammazzare.
L’estero è tutto uguale e i giapponesi sono unici al mondo. In futuro mi piacerebbe modificare e tradurre quello che sto scrivendo per far sì che si rendano conto e provino a correggersi almeno in qualcosa, ma so già che non accetterebbero mai né rimproveri né alcun tipo di critica, seppur ironica, fatti da uno straniero. Per esempio il film “Lost in translation” fu molto criticato e reputato offensivo, mentre noi ci facciamo prendere in giro dal mondo intero e al contrario ci lamentiamo quasi sempre di noi stessi (al massimo dei cinesi; ma, siccome lo fanno tutti, non vale). Se sono diventati così è proprio perché manca loro completamente il senso dell’autocritica e dell’autoironia .
Non sono certo l’unico che scrive male del Giappone e altre persone molto più qualificate di me hanno già scritto dei libri dove descrivono i molti mali di questo paese (leggetevi gli scritti di Karl Löwith sul Giappone); ma la loro risposta naturale è sempre quella: gli stranieri non hanno la sensibilità per capire l’animo giapponese. E si chiudono nel loro guscio vuoto, facendo finta che sia il tutto.

Minasan kiwotsukete
Urakidany

Nella foto: Eppure a me fa quasi gola...altre foto qui.

giovedì, settembre 11, 2008

Gli stranieri non capiscono - II (reloaded) 3/3

Bene gente, ecco il pezzo forte di questa trilogia. Urakidany conclude l'approfondimento sulla cultura Jappa e ci saluta per un paio di settimane, per tornare più carico di bile; voi continuate a chiedere e domandare, che siamo qui apposta per rispondere.
Per chi si fosse perso per strada: Urakidany è un amico italiano che vive a Tokio da anni, e ha finalmente (dopo mie lunghe insistenze) deciso di condividere le sue analisi antropologiche su quel lontano paese, dicendosi inoltre disponibile a spiegare a tutti noi le cose che non capiamo. Quindi, se avete dubbi, curiosità e domande, chiedete e lui vi dirà.

Vostro Heike


Parte tre di tre: i rapporti umani...
Continuando il discorso del contatto umano, sembra che in realtà ai giapponesi in genere piaccia molto essere toccati, ma non possono farlo in quanto la loro severa società giudica questi atteggiamenti imbarazzanti e disdicevoli. I bambini, soprattutto maschi, raggiunti i 5 o 6 anni vengono praticamente educati a non cercare più le coccole dai genitori che comunque in media non li baciano mai, visto che anche il bacio naturalmente non va bene. Gli esseri umani usano moltissimo la bocca sin da piccoli come organo sensoriale ed è per questo che baciamo, è un gesto naturale e per questo, per il loro contorto modo di pensare, deve essere evitato soprattutto in pubblico. In compenso in treno gli impiegati leggono le riviste porno che è un piacere e nei piani superiori dei negozi di giocattoli e videogiochi sono presenti reparti porno, ma naturalmente un bacio tra due innamorati ferisce molto più profondamente l’animo sensibile e delicato come un fiore di ciliegio di un giapponese.
Tornando ai bambini, quando vanno in braccio ai genitori in cerca di coccole vengono allontanati e messi in ridicolo, colpiti nel loro animo infantile sentendosi dire che non devono essere fastidiosi come il “kutsukimushi”, letteralmente “insetto appiccicoso”, perché le coccole come si sa possono essere più fastidiose della zanzara tigre. E’ un tipo di educazione che li porta alla distanza ma è solo una repressione, visto che il desiderio rimane e poi li porta al fenomeno del “chikan” che è praticamente il loro sport nazionale dopo i baseball. Il chikan è quel tipo che fa la mano morta nei treni affollati e si possono vedere nei vagoni e nelle stazioni degli avvertimenti che intimidano dall’astenersi da questa pratica per fortuna punibile ai sensi di legge.
Naturalmente la maggior parte delle coppie sposate dorme in letti separati, e a volte anche in camere separate, perché la privacy è importante e anche il matrimonio è poco più di uno sport. Vince chi fa la cerimonia più bella (anche su questa ce ne sono parecchie da dire) e chi sposa l’uomo più ricco o la donna più giovane. Nel mio caso, mi sono trovato a vivere col padre di mia moglie non volendo lasciare un anziano da solo, e purtroppo abbiamo fatto un grave errore. Una normale persona sarebbe felice di vivere insieme a sua figlia felicemente sposata ed in procinto di avere figli ma la normalità non è una peculiarità giapponese.
Sicuramente preferirebbe avere un genero che lavora fino a mezzanotte o che va nei club di hostess con i colleghi per poi tornare a casa e non considerare la figlia, piuttosto che un marito affettuoso che dorme insieme alla moglie e che, quando può, sta sempre con lei. I miei atteggiamenti da italiano nei confronti di sua figlia (mia moglie) lo mettono in imbarazzo e se ne sta praticamente tutto il giorno chiuso in camera e pranza e cena al ristorante per non doverlo mai fare con noi.
Sono schiavi di loro stessi, delle assurde regole che hanno creato e duri come sassi non riescono a capire che la fonte di tutti i loro problemi e infelicità è da ricollegare non un giorno alla Corea e l’altro alla Cina o agli stranieri in genere, ma a tutto il sistema che si sono creati per proteggere e perpetuare nel tempo la loro preziosa diversità. Ci sono delle persone che, praticamente disperate, scappano in altri paesi schiacciati da tutto questo, assolutamente impotenti nel cambiare le cose convinti che non cambieranno mai se non in peggio.
Gli stranieri (diciamo occidentali) sono gli unici a vivere bene ed essere in parte esonerati dalla cerimoniosità e follia di questa società ed è per questo che io vivo qua. Sono un privilegiato e non mi lamento della mia vita ma non per questo posso chiudere gli occhi su tutto ciò che mi circonda e che comunque esiste, è reale e per niente bello. Chi non lo vede, dai giapponesi agli stranieri che si riempiono la bocca di adulazioni nei confronti del Giappone, è perché non vuole vederlo o perché è troppo superficiale per capirlo.
I problemi esistevano anche in Italia, per quanto profondamente diversi, ma ora sono qui, assolutamente libero di bacchettare il paese in cui vivo…parliamoci chiaro, è anche uno sfogo per me molto salutare.

Minasan kiwotsukete
Urakidany

Nuove e meravigliose immagini del Jappone qui, descritte e commentate in calce da Urakidany non appena il fuso orario lo permette.

Nell'immagine:
dov'è finito il mio portafogli? Signorina, lo ha preso lei?
(immagine presa da qui - non cliccate se siete in ufficio!)

mercoledì, settembre 10, 2008

Gli stranieri non capiscono - II (reloaded) 2/3

Come promesso ieri, continua la disamina delle virtù (poche) e dei vizi (tanti) dei giapponesi fatta da un italiano che vive in Jap. Ecco quindi la seconda parte, quella piccante. Infatti il buon Urakidany oggi ci parla delle cosacce. Heike

Parte due di tre: il sesso...
Un’altra ragione della censura secondo me sta nel fatto che la mafia locale, la “yakuza” ha interesse nel conservare questo divieto visto che nei loro locali si possono vedere film non censurati ed hanno il monopolio anche di tutto l’ambiente della prostituzione. Praticamente, dopo essersi fatti degli occhi a palla davanti al mosaico si vanno a sfogare con qualcosa che dal vivo non si presenti squadrettata. Per legge la prostituzione è vietata, ma in realtà ogni città ha la sua area, a volte vastissima come la zona di Kabukicho a Shinjuku. E’ come se da noi le prostitute non fossero in strada ma nei bordelli come un tempo, con al tempo stesso un divieto a norma di legge che vieta loro ogni attività. Se noi ci lamentiamo della nostra polizia che non riesce a far sgomberare le prostitute dalla strade, figuratevi quanto sono in gamba i loro agenti che non si accorgono neanche delle insegne al neon che invitano gli avventori a vari servizietti che spesso molte minorenni fanno. E poi si raccontano le barzellette sui carabinieri!
I giapponesi hanno una vera passione per le ragazzine, soprattutto per le scolarette, e parlando di altre contraddizioni, l’esposizione dei genitali sarà pure vietata ma le minorenni sono assolutamente legali anzi, ricercatissime, tanto che le autorità ancora non hanno risposto alle richieste delle Nazioni Unite che invitavano il Giappone all’introduzione di pene severe riguardo i crimini di pedofilia e il divieto dell’apparizione di minorenni nei video per adulti.
Inoltre non dimentichiamo che i genitali sono vietati nella pornografia, ma (come segnalavo nel P.S. dello scorso post) poi si festeggia il pene e la vagina al tempio…. è o non è il paese del contrario? Se andate in una libreria internazionale vedrete che le parti intime dei protagonisti delle riviste pornografiche sono grattate via. Arrivano addirittura a rovinare del materiale nuovo e poi venduto caro perché d’importazione. Ve lo immaginate uno che di lavoro gratta gli oggetti della vergogna dalle riviste? Poveri ragazzini giapponesi, neanche vedendo un film per adulti possono avere un minimo di soddisfazione dalla vita, ovvio che poi crescono disturbati.

Minasan kiwutsukete
Urakidany

Ok, lo ammetto, questo post è un po' breve, ma prometto che compenseremo con quello di domani, bello lungo e bello bello. Per l'intanto, potete consolarvi con le stupende immagini che Urakidany ci manda dal paese del Sol Levante, cominciando dalla mia preferita, che ho messo a commento del post: il segnale di divieto di accesso alle donne e ai bambini in un quartiere erotico. Son troppo avanti 'sti tizi.
Altre immagini, qui (quelle sul quartiere a luci rosse - invero piuttosto caste) e qui (quelle sul mangiare male - per niente caste, argh)

martedì, settembre 09, 2008

Gli stranieri non capiscono - II (reloaded) 1/3

Faccio una pausa perchè in ufficio due palle, e lascio la parola ad Urakidany, che vorrebbe aggiungere due parole al suo ultimo post, però, siccome in realtà sono tante e non sono due, facciamo un post lungo e lo spezziamo in tre puntate, oggi, domani e il giorno che viene dopo porca miseria come si chiama, dopodomani, ecco. Ringraziando Uraki perché è un grande, non posso poi non complimentarmi con me perché, ammé, questa rubrica piace da impazzire.
Vostro Heike

Parte uno di tre: il cibo...
Prima di rispondere alle nuove domande, vorrei approfondire alcuni argomenti dell’ultimo post e vorrei cominciare dall’alimentazione. Ho scoperto recentemente che sembra che i giapponesi abbiano il tratto intestinale più lungo di un metro rispetto al nostro, e questo è dovuto al fatto che la loro alimentazione fosse di origine vegetariana o a base di pesce. Rispetto ai cinesi, per esempio, hanno non solo le gambe più corte ma anche la schiena più lunga, e questo deriva proprio dalla necessità di contenere più intestino. Il contrario avviene invece per esempio nei popoli carnivori come quelli dell’Africa che hanno le gambe lunghe, il torso corto e il tratto intestinale breve, visto che la carne non può rimanere a lungo se no marcisce. Per questo adesso che i nipponici sono diventati carnivori si sono incasinati i denti e infradiciate le budella dato che il Giappone detiene il record mondiale di casi di cancro all’intestino, dovuto naturalmente anche alle porcate e al frittume che mangiano.
Oltretutto nonostante se ne vantino non è una cultura dell’olio. Friggono tutto e male con oli di cattiva qualità che vengono filtrati e riciclati fino al punto di dover fare il tagliando come quello delle macchine. Alcuni sostengono addirittura che l’olio di semi o di sesamo sia di migliore qualità rispetto a quello d’oliva.
Parlando di ristorazione invece, andando in giro per le strade di Tokyo si può rimanere sorpresi da un cospicuo numero di ristoranti e convenience store. I convenience store, abbreviato a combini (abbreviano tutte le parole di origine straniera, storpiarle non bastava) sono dei negozi aperti 24 ore e sembrano un incrocio tra un nostro alimentari e una rosticceria. Naturalmente il cibo è pessimo al confronto e mai fresco e basta entrare dentro per essere colti da un odore nauseabondo e ammaliati da schifezze come gli spaghetti “Napolitan” a base di ketchup e wurstel da riscaldare al microonde. Non c’è una sola volta in cui non venga preso da dolori di stomaco dopo aver mangiato anche la cosa più innocua che vendono. Questi meravigliosi punti di ristoro sono di origine americana e quando si parla di cibo si sa che gli americani la sanno lunga, oltretutto i giappi si sorprendono o si lamentano del fatto che in Italia non ci siano questi convenientissimi negozi. In Giappone la parola “conveniente” supera per importanza la parola “buono” e “bene” e un altro paradosso riguardo questa discutibile convenienza è che mentre i combini sono perennemente aperti, gli ospedali chiudono in genere verso le 5 del pomeriggio e il sabato e la domenica. Se alle 3 di notte sei colto da improvvisa voglia di spaghetti al ketchup tipo donna incinta puoi trovarli nel combini accanto a casa tua, se poi ti vengono dei dolori lancinanti allo stomaco puoi pure morire. Nel centro i supermercanti falliscono in continuazione, per lasciare spazio a nuovi combini che sono onnipresenti e questo perché loro non cucinano praticamente mai. Solo le donne anziane non cedono a tutta questa convenienza e continuano imperterrite a cucinare (sti vecchi!) mentre tutti gli altri vivono di combini, ristoranti economici e pranzi precotti. Naturalmente se chiedi a un giapponese il cibo giapponese è il migliore del mondo e noi stranieri mangiamo grasso e male. L’ho sempre detto io, avrei dovuto essere più idiota e ignorante per vivere meglio.

Minasan kiwotsukete
Urakidany

PS: avete dubbi, curiosità, domande, questioni, ambasce sul Giappone e i Japponesi? Chiedete ad Urakidany e lui vi risponderà: blogottuso@gmail.com, o direttamente qui sotto nei commenti. Konnichiwa!

venerdì, agosto 29, 2008

Gli stranieri non capiscono - II

Per la gioia dei miei lettori, taccio e non pubblico. Cedo invece la parola al mio amico Urakidany, che ha dedicato questo post a rispondere alle vostre più malsane e torbide curiosità. Continuate a chiedere e domandare, ogni vostro dubbio troverà risposta! Per contattare Uraki, potete lasciare i vostri quesiti nei commenti, o scrivere a blogottuso@gmail.com. Vai col Jap!

Che differenze ci sono col cinese a livello di vocabolario ed evoluzione della lingua?
(Daniel)

Cinese, giapponese e coreano hanno molti punti in comune riguardo la grammatica ma per quanto riguarda le parolacce, la lingua giapponese è un caso particolare. I giapponesi tendono a nascondere tutte le cose sgradevoli ed evitano qualsiasi tipo di discussione, anche se si tratta di una semplice divergenza di gusti riguardo a un film o altro argomento disimpegnato. Le offese verbali sono sempre state considerate come insopportabili e, per esempio, ricordo bene che nel caso Materazzi-Zidane ai mondiali 2006 quasi tutti i giapponesi davano ragione al francoalgerino per aver semplicemente reagito ad un’offesa insopportabile. Le parolacce sono disdicevoli e quindi tabù. In ogni caso la questione della lingua si presenta più complessa e forse noiosa, se ci saranno ancora persone interessate magari ne parleremo più approfonditamente in futuro.

Mi sono sempre chiesto - mi si perdoni la trivialità - perché nei porni giappi il genitale maschile viene pixellato. Ce l'hanno a quadretti? Preferiscono lasciare un alone di mistero sulle loro fantomatiche misure non all'altezza ("alla lunghezza") degli occidentali? una volta in un servizio televisivo ho sentito dire che è una questione politica, ma continua a sfuggirmi il nesso.
(Signo)
Un mio amico diceva che per capire i popoli bisogna capire come affrontano la sessualità (caro Riccardo, avevi capito un milione di cose ma che talento sprecato!) e quindi puntualmente dava sempre una sbirciatina nei sexy shop dei paesi che visitava.
Se si ha l’occasione di visionarne uno in Giappone non si può che rimanere scioccati dai loro disturbi mentali espressi nella sfera sessuale. Non starò ad elencarvi con cosa certi giapponesi riescano ad eccitarsi ma fidatevi del fatto che è roba da pazzi, oltre ogni immaginazione umana. Nasce un bel paradosso se associamo questa perversione alla censura di naturalissimi organi genitali come mamma ci ha fatto.
Questo nasce da una vecchia legge ( i giapponesi sono durissimi a cambiare le cose) che credo derivi dalla medesima mentalità per cui non si usano le parolacce: le cose sgradevoli si cancellano. Per molti giapponesi la visione dei genitali è sgradevole e per loro stessa ammissione preferiscono immaginare. Curiosamente l’ano non è censurato e sfortunatamente anche altre cose a cui esso è collegato e che trova molto spazio nei video sporcaccioni (nel vero senso della parola) giapponesi. Sono persone deformate mentalmente e spesso anche fisicamente (mens sana in corpore sano, no?) rifiutano la normalità in favore della follia o almeno ciò che è follia per tutto il resto del mondo. I giapponesi si sentono speciali ma non si accorgono che la loro diversità è tutt’altro che qualcosa di cui pregiarsi anzi, li rende anormali al resto del mondo mettendoli in uno stato di complesso di inferiorità che partorisce altre deformazioni mentali in un turbine senza fine e in continua ascesa (praticamente da dopo la seconda guerra mondiale).
Moltissime persone hanno le gambe storte e estremamente corte e questo deriva dalla posizione chiamata “seisa” ovvero “postura corretta”, quella classica che li vede seduti in terra sforzando in maniera innaturale le articolazioni. La posizione è scomodissima anche per loro ma poi naturalmente si abituano perché è importantissimo sacrificarsi, giusto dico io ma per cosa? Deformarsi le gambe?
Per il resto le ragazze incrociano volutamente i piedi perché una ragazza che da noi si chiama sciancata per loro è carina. Puntando i piedi all’interno poi non si sviluppano i glutei ed è per questo che molte hanno il culo piatto. Anche i denti storti sono ritenuti carini e quindi non se li aggiustano. A volte vedi delle belle ragazze, anche famose, con un macello in bocca. Come dicevo, deformità mentale = deformità fisica. Naturalmente anche il fatto che mangiassero solo pesce e riso deve aver fatto il suo ruolo, vedi dei vecchi che sono praticamente ripiegati su se stessi e forse anche la loro dentatura ne ha risentito col cambio dell’alimentazione. Anche se adesso mangiano diversamente (comunque molto male) e magari si siedono regolarmente, credo (ma non sono un esperto di evoluzionismo) che queste deformazioni siano entrate nel loro DNA.

Da dove ha origine il rifiuto al contatto umano? Qual è il significato di "Minasan kiwotsukete"?
(Peephee)
Anche il rifiuto del contatto con altre persone a mio parere deriva dalla loro voglia di spingersi oltre la soglia umana, il rifiuto di ciò che è naturale, visto come una debolezza, e il raggiungimento di uno stato elevato. Sei un debole se ti piace fare vacanza, se mostri i tuoi sentimenti, se dici quello che pensi, se dici alla persona amata “ti amo”, se non ti siedi alla giapponese ecc.
Ricordatevi, chi non è giapponese non è degno e gli stranieri non capiscono.

Minasan kiwotsukete (abbiate cura di voi!)
Urakidany

PS: Urakidany ci segnala inoltre l'imperdibile festa tradizionale del Dio Pene (non è una bestemmia). In pratica come la sagra del cinghiale, ma con meno cinghiale e più pene.

Nella foto: il ministro giapponese delle riforme
.

giovedì, agosto 14, 2008

Gli stranieri non capiscono - I

Come promesso, ecco la prima corrispondenza dal Giappone, curata interamente dal nostro Urakidany. Salutiamolo tutti con trasporto (nonostante il ferragosto incombente e leferie alla quali tutti - viliacchi - vi siete dedicati). Dalle spiaggie assolate, dai monti innevati, dalle città accaldate, un solo coro accolga Urakidany: BENVENUTO! E ora, ricordatevi tutti che siamo qui pronti ad accogliere tutte le vostre domande, dubbi e curiosità sul Jappone. Chiedete qualunque cosa, a tutto sarà dato risposta. Ed ora, mi pregio di presentrarvi, in tutta la sua magnificienza, Urakidany in Gli stranieri non capiscono.

Sabato sono andato a vedere Batman, lo avevo visto in italiano ma sono tornato volentieri a vederlo con mia moglie in lingua originale in un cinema di Shibuya, un quartiere moderno pieno di giovani stravaganti. I film al cinema in Giappone sono tutti in lingua originale, di per se è una bella cosa, se non fosse che i giapponesi lo fanno solo per immergersi in un’atmosfera internazionale che il suono di certe lingue straniere, come soprattutto l’inglese, riesce a trasmetter loro. In questo paese sono ossessionati dalle lingue, ne studiano duemila ma alla fine non parlano bene neanche la loro che posso garantire essere una lingua semplicissima e piatta come quasi tutte le lingue dell’estremo oriente. Credo che la chiave della stupidità dei giapponesi sia racchiusa proprio nella lingua. Non si sono mai sviluppati pensieri filosofici complessi proprio perché mancano gli strumenti. Mancano le parole ma soprattutto manca la grammatica. Non ci sono articoli, pronomi, coniugazione verbale, singolare e plurale, maschile e femminile, nei verbi esiste solo il tempo presente e passato…..niente futuro, imperfetto ecc. e soprattutto non esistono le parolacce. Molti dei mie studenti si accaniscono su questo punto ma non riescono a capire che “cacca” o “ scemo” non sono delle parolacce. Non riesco a leggere completamente i sottotitoli ma spesso neanche ci provo per la tristezza che ne deriva. Un discorso complesso, fantasioso o semplicemente buffo si appiattisce e spesso ricorrono all’uso di parole inglesi (storpiatissime) come “kiss” o “sex” non presenti nella loro lingua (non esiste l’espressione “fare l’amore”). Un giorno devo farmi forza e noleggiare Pulp fiction per godermi la mitica versione giapponese. Tornando al cinema, vorrei sfatare l’immagine che di solito le persone hanno di Tokyo. Tokyo non è la metropoli che i più credono, anzi spesso alcuni scorci di città ricordano degli accampamenti nomadi (dicesi anche zingani) e non credo affatto che sia la terza città più vivibile del mondo come ultimamente diceva qualcuno su internet. Immagino che questi tipi ci abbiamo passato al massimo un paio di giorni ma non ovviamente un fine settimana. Si sarebbero accorti in tal caso che i treni non sono solo puntuali ma anche pieni di ubriaconi che hanno lo strano vizio di vomitare un po’ dove capita e su chi capita a tante altre belle cose che scopriremo in futuro. Mamma mia sto divagando come al solito ma sono così tante le cose da dire e tre anni di sofferenze rischiano di esplodere in un post delirante. Dicevo che Tokyo non è tutta questa grande metropoli visto che alla prima di Batman, nel centro che più centro non si può di Tokyo sono andato a finire in un cinema grande quanto la sala di un circolo ARCI con naturale e conseguente delusione….voi che sognate Tokyo ed io che sogno il VISPATHE’. Non parliamo poi del sistema! Allora, il biglietto è carissimo, 1800 yen circa (fate il conto voi per favore) ma si può comprare una riduzione del biglietto in negozi di solito molto vicini al cinema stesso. Trattasi di vero contorsionismo mentale. Perché complicarsi la vita per questa riduzione così facile da avere e non abbassare direttamente il prezzo? Poi appena comprata la riduzione dobbiamo andare al cinema per cambiarla con il biglietto vero e proprio e mettersi in fila (ebbene sì, ai giapponesi piace molto fare la fila) per aspettare che chiamino il nostro numero, dopodiché possiamo entrare per cercare di rimediare il posto migliore. Ma dico, non potrebbero assegnarti il posto subito come fanno nei multisala normali?! Arrivati dentro la sala comincia la lotta per trovare due posti, che sia il treno o il cinema è quasi impossibile trovare due posti accanto in quanto i giapponesi rifiutano il contatto con gli altri esseri umani e si siedono sempre alternando un posto vuoto e uno occupato come una scacchiera. Per non parlare poi delle principesse che mettono accanto a loro la preziosa borsa firmata come fosse una persona e non lo fanno per tenere occupato il posto a qualcuno. Sono quasi sempre soli, vanno al ristorante e al cinema da soli e si stupiscono che noi italiani di solito facciamo queste cose in compagnia. Insomma dopo aver fatto spostare le varie borse per potermi sedere accanto a mia moglie finalmente il film inizia…..e la principessa seduta accanto a noi cambia posto perché non regge lo stress di avere accanto una persona…anzi……un GAIJIN!

Minasan kiwotsukete
Urakidany

Nella foto: un ridente angolo di Tokio. Altre foto, sempre a cura di Urakidany, qui.