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giovedì, ottobre 14, 2010

Mezza paginetta

Per una qualche strana ragione difficile da spiegare, quello che tutti, amici, parenti, semplici conoscenti, consideravano il "fidanzato storico" di Silvia non era quello con cui aveva avuto la relazione più lunga, o la più burrascosa o la più rumorosa. In genere quando si trovava a parlare di uno qualunque dei suoi ex, doveva sempre dedicare una buona parte della conversazione ad una introduzione di specifica, cercando di farne balenare il ricordo usando qualche caratteristica saliente che lo identificava univocamente: il compagno di scuola con la frangetta, l'egiziano del kebab, lo studente di archeologia di Bologna, il sardo, quello sposato con due figlie grandi, il maniaco dei piedi, lo spagnolo che la tradiva, quello noioso di Cremona, il tizio con un braccio solo.

Di Raul invece doveva solo dire il nome, che tutti e tutte improvvisamente capivano e ricordavano, e i loro volti si illuminavano di un sorriso. Perché ogni persona a cui lo presentava, in un modo o in un altro, se ne innamorava: la sua innocenza, l'innata simpatia, la disponibilità, la luminosa e calorosa semplicità dei suoi gesti, lo rendevano benvoluto in qualsiasi contesto. Le amiche di Silvia lo prendevano sottobraccio, senza però - strano a dirsi - desiderarlo, ma solo per il bisogno naturale di averlo vicino, e gli amici lo accoglievano nel loro gruppo, altrimenti ben chiuso, con una naturalezza che ti avrebbe stupito, se non fossi stato tu stesso vittima di quel sortilegio. Raul era l'amico ideale, il confidente di tutti, il (appunto) fidanzato storico di Silvia, quello che nessuno dimenticava.
Silvia era l'unica a vedere questa malìa? Era l'unica a non cadere vittima di questo sortilegio, l'unica immune alla luce di Raul? Raul le piaceva, certo, ma da qui a cedergli tutti i suoi amici ce ne correva. Raul le voleva bene, era sollecito ed attento, e non la deludeva mai anzi, a volte anticipava le sue idee e i suoi desideri.
Era perfetto.
E a dirla tutta, cominciava a starle un po' sul cazzo.

Così quando lui dovette trasferirsi per qualche mese a studiare a Toronto, a Silvia sembrò naturale cercare di conquistarsi un po' di spazio autonomo, e lo convinse (lei a lui) a trasformare la loro storia (che dopo dodici mesi stava per diventare una relazione) in un rapporto sospeso, da riprendere al suo ritorno (forse, aggiungeva Silvia nella sua mente).
Raul, a malincuore, accettò, e al momento di salire sull'aereo, la salutò piangendo. Silvia sorrideva e lo salutava raggiante, agitando il fazzoletto e dicendogli che era il solito esagerato.

Ora, dopo anni, ora che è di nuovo sola, ora che su Facebook scopre che Raul a Toronto ha una bambina di quasi cinque anni, ora che i suoi amici a volte non la richiamano quando li cerca, ora che tra poco deve uscire per andare a cena con i colleghi, ora Silvia si domanda che cos'era quella libertà che voleva conquistarsi allora, e come si rimuovono i ricordi dei fidanzati storici, qualunque cosa siano.

lunedì, ottobre 13, 2008

Della difficoltà di generare contenuto interessante

Quando nacque, Ilario Spandiblatte non era ancora famoso, ma questo non lo fece recedere dalla sua decisione. Fermo e resoluto, nacque al mondo il sette aprile del 1856.
La madre, Irsicana Palafreni, era una celebre artista circense, conosciuta in tutto il mondo, in particolar modo in Romania, per il numero di acrobazia durante il quale eccetera eccetera. Fu proprio durante una di queste esibizioni che eccetera eccetera, e, incredibile! l'uomo che la afferrò al volo prima che andasse incontro a morte certa altri non era che lo czar di tutte le Russie. Ma questa è un'altra storia, e non gliene frega niente a nessuno.
Il padre, Peretto Termopilo Stalislacchio Spandiblatte, detto lo Scolo, era un abituè, o habitue, o abituas, o hibytou, delle più sordide baracche del porto di Lisbona, nelle quali si intratteneva con donne di malaffare, uomini di malaffare, oggetti di malaffare, il tutto sotto le mentite spoglie di ficus benjaminus. Dopo due mesi, notando che le foglie non ingiallivano e la pianta non moriva nonostante la corretta esposizione al sole, una giusta quantità d'acqua, aria pulita e salubre, gli avventori si avvidero che nella pianta risiedeva qualcosa di strano e malvagio, e la gettarono nel porto. Lo Scolo, annaspando nel metro e mezzo d'acqua del molo, rischiava di morire, quando, del tutto inaspettatamente, fu tratto in salvo dallo czar di tutte le Russie, che passava di lì.
E fu proprio tra le ampie braccia dello statista che i due giovani si conobbero e iniziarono a frequentarsi, scoprendo di avere in comune numerosi tratti caratteriali, non ultima la tendenza ad accumulare lo sporco sotto le unghie in appositi contenitori.
Dopo pochi mesi, i due fuggivano insieme.
Inseguiti dall'Ochrana, la polizia segreta zarista, Irsicana e Peretto attraversarono tutta l'Europa, fino a che non si ritrovarono, poveri, disperati e stremati dalla fame e dal freddo inverno polacco in, per l'appunto, Polacchia.
Qui la donna, ormai eccetera eccetera, senza alcun eccetera eccetera, diede alla luce il frutto del loro amore, colui che avrebbe redento i cuori di molti: Ilario Spandiblatte. Purtroppo il bimbo si ritrovò orfano ben presto, quando i genitori furono arrestati e condannati a morte attraverso un supplizio oggigiorno condannato da tutti i maggiori governi del mondo (tranne la Polacchia): la morte per garrota e Maurizio Costanzo.
Orfano e proprietario di nient'altro che due milioni di scatolette di sporco sotto le unghie, Ilario eccetera eccetera.
Ma anche questa è un'altra storia, eccetera eccetera.

venerdì, aprile 04, 2008

Darla via come fosse pane (la dignità)

Dario non sa nulla di nulla.
Quello che sa è che deve fare quello che gli viene chiesto, e presto, che sennò si incrementa il clima di sfiducia.
La sfiducia si traduce in sguardi di scetticismo, telefonate di controllo per verificare l'andamento del lavoro, richieste di conferme continue. Dario accoglie la sfiducia come un cristo martire, indeciso se incolparsi malamente degli errori (si, ho sbagliato, fustigatemi con sbarre arrugginite e ferri roventi, me lo merito) o cercare di giustificarsi.
Cerca di giustificarsi.
Le giustificazioni incrementano il clima di sfiducia. Chi scarica la colpa sulla propria ignoranza/inettitudine/distrazione è un ignorante inetto e distratto, e merita sfiducia.
Allora, nel tentativo di risalire la china si prende delle libertà, anticipa gli ordini, si mette avanti, propone ed elebora.
La buona volontà incrementa il clima di sfiducia. Perchè, gli si chiede, adesso agisci? Che forse non avevi voglia di agire, prima? Chi cerca di rimediare con professionalità ha la coda di paglia, implicitamente ammette di aver sbagliato, e merita sfiducia.
Allora si distrae, comincia a pensare che in fondo in fondo non è che gliene importi poi tanto, antepone la vita privata, e tutto quell'universo che vi aderisce, a ciò che vita privata non è, si distacca, inizia ad allontanarsi, preme il pulsante della fermata dell'autobus.
La fermata dell'autobus incrementa il clima di sfiducia.
Dario si immagina tre anni dopo, ancora lì, a fare le stesse cose, con lo stesso entusiasmo, sulla stessa sedia.
Il grafico dell'andamento del clima di sfiducia ha sfondato il soffitto, prosegue al piano di sopra.
Il grafico incrementa il clima di sfiducia.

A tutti i precari.

PS: ricordo a tutti che il sondaggio è ancora aperto, e lo rimarrà (Pizza permettendo) fino alle elezioni. Votate!!
PPS: si, lo so che il fatto di poter votare un numero illimitato di volte lo rende un sondaggio gravido di brogli, ma, ehi! dobbiamo pur prepararci, no?
PPS: mi scuso con i lettori in feed per l'invio multiplo...

martedì, febbraio 12, 2008

Samizdat, dal fronte

Non so se hai presente quella sensazione, quella luminosa sensazione di benessere che si prova pensando a un sabato mattina di primavera, quelle giornate piene di promesse, un sabato mattina, oh si, un sabato mattina di aprile, con le nuvole bianche, cumulonembi lontani e soffici come panna montata, la brezza leggera e il sole che ti riscalda il viso, bianco di tanto inverno.
Quella sensazione di libertà conquistata, i piedi leggeri che accennano qualche passo di danza, la gioia di arrotolare le maniche della camicia, e la camicia, si, la camicia può tenerla fuori dai pantaloni senza temere quell'alito di gelo che ghiacciava la schiena. C'è profumo di polline, erba tagliata di fresco, le ragazze che portano a spasso il cane in short e maglietta (loro, non il cane), le bici nel parco, il rumore leggero del vento tra le prime foglie.
O d'estate, una birra ghiacciata la sera, seduti a un tavolo all'aperto del pub di sempre, con due, tre amici a ridere, a raccontare di quei pomeriggi afosi quando amavi stare sotto l'ombra dei tigli ad ascoltare il frinire delle cicale, loro sì, che non si stancano mai di cantare, altro che storie.
O anche la gioia della prima neve, camminare dopo la neve ed affondare le scarpe, il naso che ti si ghiaccia, non puoi fare a meno di sorridere, anche gli altri pazzi, i pochi che incontri, ti sorridono, complici di un segreto che nessuno conosce, camminare nella neve prima che si sciolga.
Le giornate di gioia luminosa, la felicità ritrovata, la pace, la pace.

venerdì, dicembre 28, 2007

Doppelganger

Tengo le tende chiuse. La finestra dà sulla strada, ma nessuno mi vede, se tengo le tende chiuse. Ogni tanto mi avvicino e sbircio, guardo attraverso il tessuto, spio per intravedere il passaggio di qualcuno, ma niente, la strada è vuota.

Dopo l'incidente, passai più di un mese a letto. Facevo esercizi seduto sulla cassapanca, mi sforzavo di piegare la gamba per quanto me lo consentivano i punti. Mi esercitavo.
Le giornate erano lunghe in una maniera indefinibile, la luce che entrava dalla finestra non bastava mai, quando rientravo nel letto appena rifatto mi sdraiavo a fissare il soffitto, aspettando che le lenzuola riprendessero lentamente la mia forma. Mi piacciono le lenzuola fresche di bucato, pensavo, sembra di entrare in terre sconosciute, fissare soffitti sconosciuti. Accendevo lo stereo, ascoltavo i Garbage, I think I'm paranoid, e non capivo perchè le ore non passavano. Mi allenavo.
La mattina mi svegliavo presto, quando stai a lungo a letto il sonno non ti sazia, non sei mai abbastanza stanco da poterti riposare. Mi svegliavo, mi lavavo, facevo colazione, guardavo Mtv. Provavo a studiare, ma il cervello era intorpidito. Arrivavo a sera senza sapere come avevo fatto, e gli unici progressi che vedevo erano quelli del taglio che si cicatrizzava.
Leggevo libri già letti.
Guardavo le nuvole dalla finestra.
Aspettavo telefonate.
Mi esercitavo.
Non ho mai letto tanti numeri di Zagor come in quelle settimane, la foresta di Darkwood mi sembrava nascondere metafore pericolose.
Pulire la ferita, passare il disinfettante, versare il cicatrene, cambiare la benda, variare l'angolo di piega della steccatura.
Fare esercizi.
Piegare il ginocchio.
Camminare.
Usare le stampelle.
Lavarsi i capelli.
Tagliarsi la barba.
Dormire.
Caffè.
Minestra.
Thè.
Svegliarsi.
Una mattina fuori dalla mia finestra era scesa la neve, più neve di quanta ne era scesa in dieci anni. La guardavo, e speravo che scendesse ancora. Ripensavo al rumore che fa la neve quando scende, e al suono che fa quando ci affondi lo stivale. Il rumore soffice di quando la premi, e il silenzio, improvviso e feroce, che lascia nelle strade. Mi sembrava di sentirlo nelle orecchie, quel silenzio, e non sapevo più se ero sveglio o stavo dormendo ancora.

martedì, ottobre 16, 2007

Un'avventura inedita di Sam Spade

Era notte fonda, e la striscia d’asfalto si snodava intermittente davanti a me. Una pioggia sottile batteva sul vetro, e il tergicristallo bastava a malapena ad allontanare le gocce, ma non il mio malumore. Maledizione, pensai, questo storia non mi convince. Ripensai a quello che mi aveva detto il marito della bionda. Inutile, le sue vaghe scuse non riuscivano a cancellare un forte senso di inquietudine, e l’idea che ad indagare sul caso fosse il commissario Platton non mi tranquillizzava affatto. La mia cliente era morta, ammazzata da un colpo di rivoltella, nessuno mi avrebbe pagato, e mi ero anche preso una bella battuta dagli sbirri. Per l’ennesima volta mi sentivo fregato. E la berta, nella fondina, mi sembrava molto più pesante del solito.
Abbassai distrattamente lo sguardo verso il tachimetro, e mi accorsi che una spia gialla segnalava il serbatoio vuoto.
Maledizione, pensai, una spia gialla mi segnala il serbatoio vuoto.
Allungai la mano verso le sigarette, sperando che una paglia potesse aiutarmi a rilassarmi.
Il pacchetto era vuoto, avevo anche finito le paglie.
Maledizione, pensai, ho anche finito le paglie.
Rovistando nel posacenere, riuscii a trovare una mezza paglia spenta, ci soffiai sopra per scuotere via la cenere, la raddrizzai e me la misi in bocca.
Presi la scatola di cerini dal taschino, ma era vuota.
Maledizione, pensai, doppia maledizione.
Per una volta, però, la fortuna non mi aveva del tutto abbandonato. Poco più avanti lampeggiava l’insegna di un locale.
Bene, pensai, forse la fortuna non mi ha del tutto abbandonato, ecco là l’insegna di un locale.
Mi avvicinai al distributore e riempii il serbatoio. Poi accostai la macchina nel parcheggio e scesi. La strada era deserta, e la luce intermittente al neon friggeva nel silenzio della notte. Indossai cappello e soprabito per ripararmi dalla pioggia e mi incamminai lentamente verso il locale.
L’aspetto era quanto meno dimesso, e attraverso le vetrate vedevo all’interno pochi inservienti vagare svogliati. Sorrisi amaramente. Ancora una notte in giro per la città a parlare con sconosciuti che non rivedrò, pensai, ancora una notte insonne, ancora una notte perduta dietro ai problemi degli altri.
Maledizione, pensai, devo anche andare in bagno.
Entrai e mi avvicinai al bancone. Una stanca cameriera dalla chioma bionda mi si avvicinò.
- Ehi Flo, dammi un doppio whisky con ghiaccio. E anche un pacchetto di Lucky Strike.
- A quest’ora non possiamo servire alcolici. I tabacchi li trova alla cassa.
Maledizione, pensai, ma che diavolo…
- Che diavolo, cosa significa che non potete vendere alcolici? Avanti, ti sembro un ragazzino?
- Guardi, a quest’ora sull’autostrada noi non si pole vendere alcolici. Non li possiamo dare. Poi sennò arriva la polizia e ci fa la multa e noi e a lei, e a me mi mandan via.
Gli sbirri mi perseguitano, maledizione.
- D’accordo, vorrà dire che per una volta rimarrò a secco. Allora preparami uova e prosciutto, che non mangio da ieri, e prepara un bel po’ di caffè. E tagliami una bella fetta di torta di mele.
- Senta, io il caffè glielo fo anche, ma da mangiare bisogna che vada a prenderlo al self service, qui al banco si fanno panini e basta.
Maledizione.
- E va bene – mi alzai di malavoglia – dove diamine, con rispetto parlando, è adesso questo auto servizio?
- In fondo alla sala, ma a quest’ora le cucine son bell’e chiuse. Gli è tardi, che ha visto che ore sono?
- D’accordo – mi risedetti, ma stava cominciando a venirmi la mosca al naso. La berta era sempre più pesante, nella fondina – allora cosa posso mangiare?
- C’è i panini.
- Okay, va bene, allora fammi un bel sandwich con fegato e cipolle, e non risparmiare sulla mostarda.
- I panini son confezionati, un si possano preparare noi. Vole un camogli?
Camogli…una volta conoscevo un certo Alfredo “Al” Camogli, un mafiosetto di scarsa categoria, una innocua verdesca nel mare di squali che è il racket di Brooklin. Un tizio, un tizio ricco, chiamiamolo Tizio Ricco, mi aveva assunto per indagare sulla moglie, che sospettava lo tradisse. Io dico d’accordo e mi metto a pedinarla, nel modo discreto che un buon lince privato deve conoscere se vuol fare questo mestiere. Beh, alla fine salta fuori che la moglie lo tradisce con il figlio di un boss, chiamiamolo don Faffone, e che a don Faffone non piace che qualcuno pedini l’amichetta dell’amato rampollo (vorrei sapere come avevano fatto a scoprirmi, tra l’altro). Allora viene a trovarmi uno scagnozzo, Al Camogli appunto, e mi viene a dire che sto dando fastidio, al che io replico che le mie passeggiate innocenti non possono dar fastidio a nessuno se non a cani randagi e mogli infedeli, lui si inalbera e tira fuori la berta, ma
- Glielo scaldo, il camogli?
- Si grazie.
Insomma, finisce che preme il grilletto prima di toglierla dalla fondina si spara a un piede. Ho dovuto freddarlo. Bravo ragazzo Al, ma per niente tagliato per quel lavoro.
Il panino era indigesto come Al ma più cattivo. Per mandare via il saporaccio avevo bisogno di una bella tazza di caffè.
- Ehi Flo…
- Guardi, io un so chi la chiama, io mi chiamo Ivana.
- Brava Ivana, adesso per mandare via il saporaccio del panino ho bisogno di una bella tazza di caffè.
- Ecco qua.
- Ehi bella…
- Si?
- Mi sa che hai sbagliato tazza, questa qua è quella per i nani.
- Eh?
- La tazza, il caffè, cos’è questa roba? Al massimo mi ci bagno il naso.
- Ma icchè vole?
- Una tazza di caffè!
- Omamma, tutt’ammè e’ grulli…
Decisi di rinunciare al caffè, maledizione, e mi avviai verso l’uscita. Ma la porta era sbarrata.
- Maledizione, ma che diamine…
Stavo allungando la mano verso la berta quando mi si avvicinò un ragazzetto con il viso deturpato dall’acne e con un abito da inserviente.
- Signore, l’uscita l’è da quella parte, da qui s’entra ebbasta.
Mi allontanai in fretta, deciso ad andarmene il prima possibile da quel posto di alienati. Ma in un qualche modo riuscirono a alterare il mio fidato senso dell’orientamento, e mi ritrovai in un labirinto, tra scaffali di un dannato magazzino ricolmi di generi di conforto di ogni tipologia. Iniziai a correre, scansando un gruppo di anziane in gita sociale che mi urlarono qualcosa tipo “non si corre nei corridoi, giovinotto”. Poi, non so più dopo quanto tempo, ripresi il controllo dei miei nervi, e mi resi conto di essere arrivato all’uscita. Mentre con un fazzoletto mi asciugavo un velo di sudore dalla fronte, mi avvicinai alla cassa per comprare le paglie.
- Dammi un pacchetto di paglie, bella.
- Prego?
- Sigarette.
- Che marca?
- Lucky Strike.
- Con filtro o senza?
- Senza.
- Dure o morbide?
- Dure.
- Rosse o bianche?
- Rosse.
- Light o normali?
- Normali.
- Da 10 o da 20?
- Da 20.
- Ecco qua.
- Ah, dimenticavo, mi dai anche una confezione di cerini?
- Normali o antivento?
Resistetti alla tentazione di picchiarla…no, non resistetti. Con un gancio alla mascella la tirai dritta per terra, mi allungai sopra il banco e mi impossessai dei cerini, i primi che trovai, lasciando i soldi accanto alla cassa.
Ero fuori. Una brezza leggera mi soffiava sul viso, come a ricordarmi che c’era ancora molta strada da fare e…maledizione! Non ero andato in bagno!
Mi fermai, indeciso. Di tornare dentro non se ne parlava. Ripartire senza liberarsi però sarebbe stato un problema. Alla fine mi risolsi: mi accesi una paglia e mi avviai verso un muretto del parcheggio, dove porre rimedio ad una impellente necessità.
Ero talmente concentrato sul non far cadere la cenere della paglia in luoghi ameni, che non mi accorsi che qualcuno era arrivato alle mie spalle – ironico, per un lince privato. Però me ne accorsi quando, appena finito, mi voltai e mi trovai davanti uno sbirro che mi guardava torvo.
- Lo sa che codesta l’è un’infrazione piuttosto grave? E’ un pericolo per l’igiene. Mi tocca falle la multa. Favorisca i documenti, per favore.
Maledetti sbirri, non mi avrete, pensai. Venderò cara la mia pelle.
Nella fondina, la berta pesava parecchio.

martedì, settembre 11, 2007

bye bye...

.......disse quel ragazzo un pò strano con quell'aria misteriosa un pò da gentlemen, un pò da filosofo metafisico. Lo fece così, in sordina, senza troppo strillare, ma quasi sorridendo davanti a quell'uomo che per pochi secondi guardandolo negli occhi non era riuscito a mantenere la solita freddezza, e che passandosi nervosamente tra le dita quella povera graffetta sperava di far breccia nel cuore malato del ragazzo.
Fu così che quel ragazzo decise di accogliere quel disperato bisogno di aiuto, troppo aveva sofferto il rifiuto, troppi gli sguardi che da lui fuggivano, lui che aveva cercato comprensione, chiarezza, trasparenza d'un tratto si trovava a specchiarsi tra cielo e terra riflettendosi all'infinito.
Come è complicata a volte la vita, a volte sono proprio le parole a renderla così incomprensibile, quando forse è più semplice un si o un no, un ciao o un addio.
(15/09/2007...ultimo giorno di lavoro, ma uno che scrive delle dimissioni così...voglio dire....come fa a non trovare subito un altro posto di lavoro?)
bye bye

Pubblicato per gentile concessione (e ne sono onorato) dell'autore (amico mio, neh), che nella fredda Terra della Nebbia ha fatto il gran passo e si è licenziato.
Quali prove ti attendono adesso, o Sentinella? Ad ogni modo, rimani te stesso, e l'Ombra non ti avrà.

venerdì, luglio 27, 2007

Ci sei quasi...

- Buongiorno.
- Buongiorno, mi dica.
- Buongiorno dottore, si, io...
- Buongiorno.
- Salve. Vede...
- Si, salve, dica.
- Si, dicevo che da qualche giorno io ho...
- Da quanti giorni?
- Mh?
- Quanti giorni?
- Cosa?
- Da quanti giorni ha questo problema, questo fastidio?
- Quale?
- Non lo so.
- Non capisco scusi.
- Si figuri io, mi chiede a me quale fastidio ha.
- No, ma io lo so quale fastidio ho.
- Ah bene, quale?
- Mi fa male la gola.
- Capisco.
- Mi visita?
- Non so, lei pensa sia necessario?
- Mah, credo potrebbe essere utile, si.
- Mm.
- Che dice?
- Vabè, facciamo questa visita allora.
Prende il polso del paziente e tira fuori un cronografo.
- Tossisca.
- Coff coff.
- Mm, non ci siamo...
- E' grave dottore?
- Mi sa che devo portarlo ad aggiustare, la lancetta dei secondi è ferma.
- Ed io?
- Mah, se vuole venire anche lei, perchè no? Facciamo la prossima settimana, alle 10.00, davanti al Conad di via Breschi?
- Va bene.
- Allora siamo d'accordo, ci vediamo la prossima settimana.
- Bene. (si alza in piedi sorridendo, saluta il dottore ed esce)
DRIIN DRIIN
- Pronto?
- Chi parla?
- Mah, non so, facciamo un po' per uno?

giovedì, giugno 07, 2007

Non hai tu pietà per me? (un vecchio racconto dei tempi che furono)

C’era una volta, ma non molto tempo fa, un uomo che non riusciva a distaccarsi da sé stesso. Ovunque andasse, si trovava sempre accanto, inevitabilmente, un altro io che, con il suo stesso identico viso, lo accompagnava ovunque. Usciva dal proprio appartamento, scendeva le scale, apriva il portone e, chi si trovava davanti? Sé stesso che, con le mani dietro la schiena e con aria un po’ indolente, si aspettava fischiettando. “Oh eccomi” diceva “finalmente sono arrivato. Come mai ci ho messo tanto?”. Oppure: “Oggi sono proprio di buon umore, lo so?”.
Se a volte capitava che, aprendo piano il portone, sorprendesse sé stesso di spalle, intento ad osservare i passanti, allora richiudeva silenziosamente, per non sentirsi, e raggiungeva la porta sul retro. Ma ecco che subito arrivava trafelato, dopo aver fatto una corsa attorno al palazzo: “Ehi, volevo fare il furbo, eh? Volevo lasciarmi qui?”, e si faceva l’occhiolino.
Però a volte capitava che non facesse in tempo a raggiungersi, e allora schizzava in macchina, serrava le portiere, metteva in moto e dava gas, mentre nello specchietto si vedeva rincorrersi, agitando la mano per richiamare la propria attenzione: “OH, MI STO LASCIANDO A PIEDI, EHI! ASPETTOMI!”. Ma appena si fermava, vuoi per fare benzina, vuoi per controllare una gomma, vuoi solo per godersi il panorama delle campagne, ecco che da dietro un albero o da una siepe vedeva apparire il viso familiare, col sorriso di chi si perdona una sciocchezza.
A volte se lo diceva: io avrei bisogno di un po’ meno solitudine, avrei bisogno di prendere le distanze da me stesso, avrei bisogno di perdermi! Non posso passare le mie giornate sempre e solo con me, voglio vedere anche altre persone, socializzare, non perdermi sempre in un soliloquio per niente costruttivo. E allora subito si rispondeva: cos’è, non trovo più stimolante la mia presenza? In fondo, non ho sempre detto che quello di cui ho bisogno, solo io riesco a darmelo? Io, io lo so cos’è il bene per me, e stare qui a dirmi certe cose non mi aiuterà certo a stare meglio. E allora si rimbeccava: cos’è, cerco il litigio? Ogni pretesto è buono per attaccarmi, non è vero? tanto l’ho sempre saputo, non ha senso parlare con me.
E su questo non possiamo certo dargli torto.
Però di solito a questo punto faceva la pace con se stesso e andava a brindare all’armonia ritrovata.
Con due aperitivi, naturalmente.

lunedì, maggio 21, 2007

Avanti c'è posto

Nel 1987 apparve nelle librerie di New York un volume destinato a suscitare nell'opinione pubblica un'enorme indifferenza. Si trattava del risultato di anni e anni (sei settimane) di studi di un allora sconosciuto ricercatore dello stato dell'Indiana, il professore John Howard Bonassuggy.
L'anziano docente insegnava Metodologia dei Comportamenti Complessi in Sistemi Stabili presso la prestigiosa Mynywsghtr University di Mynywsghtr, Indiana, dal 1965, ed era celebre presso i suoi studenti per il fatto che non conosceva la sua materia d'insegnamento, quindi le lezioni e gli esami erano quantomeno bizzarri.
Ma ci interessa forse la biografia di questo genio incompreso?
No, e allora basta.
Nel suo libro, l'esimio professore illustrava la sua Teoria sulla Catena Alimentare del Genere Umano. Partendo dai risultati di un accurato studio sul campo, e ispirato da un messaggio divino che credeva di aver letto su una fetta abbrustolita di pane in cassetta, aveva teorizzato l'esistenza di una catena alimentare sociale invero complessa.
Secondo una prima formulazione di tale teoria, in cima alla catena, voraci divoratori di creature più miti, si troverebbero nell'ordine: professori universitari, assessori alla mobilità di comuni con più di 50.000 abitanti, imprenditori edili, generali di corpo d'armata, ingegneri civili, zombie cannibali e Licio Gelli; subito sotto, proprietari di bordelli, grassatori, estorsori, strozzini, assicuratori e camorristi; a un livello intermedio vivono creature più miti ma comunque pericolose, quali collezionisti di francobolli, fantini, nani, presentatori di trasmissioni che vanno in onda su televisioni locali, Paola Barale, il suo cane, notai e maschere di teatro; sul fondo troviamo creature deboli ed inermi quali metronotte, guardiani dello zoo, le signore che custodiscono i bagni degli autogrill, ex-tossici, ex-detenuti, e, ultimi tra gli ultimi, i laureati in scienze della comunicazione.
Pochi mesi prima di morire, ucciso da una pallottola vagante sparata durante un regolamento di conti tra bagnini, il professore pubblicò un quaderno che mostrava una parziale correzione di rotta: la teoria di cui sopra, in vago odor di razzismo e nazionalsocialismo, fu sostituita da un'altra, indubbiamente più pregna di fiducia del futuro e nella democrazia, che esaltava le virtù del sistema politico americano, anche se sosteneva che doveva essere abbattuto perchè oramai marcio fino al midollo, e proponeva di sostituirlo con una oligarchia illuminata guidata dalla vera elite del paese, un Comitato Centrale composto dai rappresentanti degli idraulici, dei carrozzieri e dei sommelier.

martedì, febbraio 27, 2007

Nevermind

Tanti anni fa, quando ero sempre triste, le ore mi sembravano eternamente lunghe, sembrava non arrivasse mai il tramonto, e i pomeriggi mi apparivano come lunghe distese desolate. Passavo le giornate aspettando che arrivasse l'oblio, l'ora del sonno, e desideravo che il futuro mi corresse contro più in fretta, che domani fosse già adesso, e dopodomani tra pochi minuti, e il giorno dopo non più lontano di qualche ora. Avevo sempre sonno, perchè mi sembrava che dormendo le giornate si accorciassero, ma non dormivo, o dormivo male, perchè mi agitava l'idea di quell'interminabile presente. Mi sdraiavo a terra, sul pavimento della stanza, e imparavo a memoria la geografia delle crepe sul soffitto, come fossero costellazioni, senza sapere dove avrebbero dovuto orientarmi. A volte lasciavo entrare una lama di luce dalla finestra, e rimanevo a fissare il pulviscolo che galleggiando la attraversava. Aspettavo delle telefonate per ore, che diventavano giorni, che diventavano settimane, che si trasformavano in mesi. Mi bruciavano continuamente gli occhi, brindiamo ai giorni che si assomigliano! tra fumetti e lattine di birra, e ogni tanto giravo il calendario, nell'illusione del cambiamento.
Mettevo radici, e mi consolavo pensando a grandi alberi, ma forse ero solo la gramigna stagionale.

venerdì, febbraio 16, 2007

In media res

L'ultima volta che era stato lì era stato dodici anni prima. Allora c'era un grande faggio vicino alla palizzata, e spesso si andava a sdraiare sotto l'albero per ripararsi dal calore del mezzogiorno, e se si addormentava c'era sempre qualcuno che veniva a svegliarlo per tornare a lavorare. Adesso al posto dell'albero c'era un grosso vuoto, non un buco, semplicemente il vuoto lasciato da qualcosa che non c'è più, lui lo vedeva, lì prima c'era stato un grosso albero e adesso non c'era. Il cavallo era stanco e nervoso, scrollò la testa come per dirgli qualcosa. Si chinò a raccogliere una manciata di terra, e se la passò pensieroso tra le dita. Tornò verso il cavallo, gli passò le briglie sul collo e gli accarezzò la testa, parlandogli piano. Si avvicinò alla sella, aprì la borsa e tirò fuori la mappa. Un attimo e ce ne andiamo, disse accarezzando il collo dell'animale. Nella luce del tramonto non riusciva a vedere bene, ma si ricordava quello che c'era scritto. Si mise in piedi nel punto esatto in cui si trovava l'albero, e cominciò a contare i passi muovendosi lungo la palizzata. Il terreno fangoso gli tratteneva gli stivali, e ancora non riusciva a reggersi bene sulla gamba. Contati un certo numero di passi si voltò a sinistra, e ne contò altrettanti, cercando di mantenersi in linea retta rispetto alla palizzata. Si fermò, e nella luce sempre più fioca cercò un punto di riferimento. Poi calcò un pò il terreno con il tacco dello stivale e tornò al cavallo a prendere vanga e piccone. Il terreno è morbido, farò in fretta, aspetta ancora un pò, disse al cavallo che lo aspettava immobile. Cominciò a scavare nel punto che aveva segnato e dopo mezz'ora ancora non aveva trovato niente. Ormai non riusciva a vedere neppure la palizzata, tanto si era fatto buio, e gli faceva male la gamba. Si fermò, esausto, appoggiandosi al bordo della buca dove ormai entrava fino alla coscia. Qui non c'è nulla, disse nel buio. Ma dopo pochi minuti riprese a scavare, e continuò finchè la punta della vanga non incontrò qualcosa di metallico. Accese l'accendino per vedere meglio e si mise a scavare con l'altra mano finchè non mise allo scoperto un grosso coperchio di metallo. Ci siamo, l'ho trovato, pensò. Si tirò fuori dalla buca e si accese una sigaretta, scartando dal pacchetto quelle che si erano bagnate al fiume. Bene, pensò, il baule esiste. Il problema adesso è tirarlo fuori di lì.