300
Era comiciato che più di un mese fa dovevamo andare a vedere il film di David Lynch, tutti che mi dicono vacci, è bellissimo, poi una serie interminabile di contrattempi ce lo impedisce e finisce che ieri sera ero con Andrea e Fluff a vedere 300. Oltretutto in una multisala. Vabè.
Io il fumetto l'ho letto da poco e non mi è nemmeno piaciuto tanto. Sarà che ormai Frank Miller è un po' troppo repubblicano (leggi americano di destra guerrafondaio difensore dei valori dell'occidente e dell'identità cristiana e degli onesti lavoratori del mid-west ecc. ecc.) per i miei gusti (prima o poi faccio un post noioso e specialistico sugli sceneggiatori di fumetti), ma questa roboante retorica dello scontro di civiltà mi lascia un po' perplesso. A parte il fatto che considerare Sparta come la culla della civiltà occidentale e della parità uomo-donna mi sembra francamente eccessivo, la trama del fumetto ( e del film, che dal lavoro di Miller trae a piene mani) si fonda troppo sull'epos e sulla creazione di momenti topici. Ai tempi di Daredevil il vecchio Frank era capace di creare pagine che ti spiazzavano per la loro immediatezza, e non prendevi le distanze, ti immedesimavi. Adesso invece mi pare che si sia adagiato sul suo personaggio di scrittore hard-boiled, stà lì e le spara grosse.
A volte noi comics-addicted ci lamentiamo di come un fumetto viene trasposto al cinema tradendone lo spirito (tipo i Fantastici Quattro, per dire, o V for Vendetta). In questo caso non c'è nessun tradimento: il film segue perfettamente lo spirito del fumetto, su entrambi i versanti: dal punto di vista narrativo è tronfio, pesante, lento e straordinariamente eccessivo; dal punto di vista estetico è una rivoluzione. Il fumetto è straordinario per l'idea di forzare la struttura tradizionale del medium, nel formato e nella produzione, dato che negli Stati Uniti fare un fumetto di successo in un formato che non sia quello del comic-book e che non tratti di supereroi è qualcosa di incredibile. Il film sposa questa rivoluzione estetica, e questo si vede nella cura maniacale della fotografia: immagini sgranate, colori desaturati, un film che non è a colori, e nemmeno in bianco-nero, un film che è tutto sfumature di giallo e rosso. Semmai il problema è altrove, nel non riuscire a trovare un linguaggio espressivo, o un canale, proprio e non sottoposto alla dittatura delle mode del momento: l'insostenibile (per me) montaggio da videoclip, con accelerazioni seguite da rallentamenti seguiti da accellerazioni seguite da rallentamenti; una colonna sonora techno, tutta di bassi e percussioni; le riprese fatte per il 90% con blue screen e 10% con green screen (senza riprese in esterni, quindi, tutto ricostruito in studio), con gli attori che fissano il vuoto poi riempito digitalmente con mari e montagne; una recitazione enfatica, fatta di urla e metodo Stanislavskij e urla e sguardi significativi e urla.
Due ore di casino, alla fine divertente, ma neanche poi tanto.
Il nuovo cinema.
Perchè Inland Empire non c'è più?
Nell'immagine lo strumento indispensabile per diventare un vero soldato spartano.


