mercoledì, novembre 25, 2009

De Vermis Mysteriis

Le prime apparizioni di quello che, in seguito, sarebbe stato indicato col nome scientifico di Chartaebacterium Gustatens, sono, per motivi ovvi, oramai poco documentate. Rimangono tracce di quell'epoca soltanto in alcune melodie orecchiabili, e in alcune pubblicazioni scientifiche della Cairo editore.
Il batterio che, ancora oggi, è conosciuto col nome volgare di Verme Sapiente fece la sua prima comparsa nelle Americhe settentrionali. Senza alcun preavviso, interi scaffali delle più grandi biblioteche del continente si trovavano popolate di libri bianchi, che d'improvviso non contenevano più alcuna parola. Volumi che contenevano i più grandi capolavori della letteratura mondiale si trovavano ad ospitare niente altro che il vuoto, scomparendo da essi anche i titoli e gli indici. Solo talvolta sopravvivevano le prefazioni o le introduzioni scritte da celebri saggisti o curatori televisivi, ma per il resto, le parole di Moby Dick o di Great Expectations o di Wuthering Heights si dissolvevano come nebbia, svanivano, affondando nel candore della carta. Lentamente la malattia si diffuse da una biblioteca all'altra, poi alle librerie, e infine nelle case, e attaccò ogni parola che poteva essere giudicata meritevole di immortalità, consegnandola all'oblio. Narrativa, saggistica, poesia, filosofia, niente sembrava sottrarsi all'avanzare del morbo, che tuttavia denotava un comportamento orientato alla ricerca di componenti stilistiche alte: ad esempio nella Connecticut national Library di Hartford la malattia assunse un comportamento assolutamente imprevedibile, attaccando libri da uno scaffale all'altro, anche molto distanti tra loro, ma lasciando intatti, almeno all'inizio, volumi ben più vicini. La motivazione era da ricercarsi, come divenne in seguito evidente, nel fatto che il batterio era un gourmet, e andava alla ricerca di testi che soddisfacessero il suo gusto ricercato. Riproducendosi ad un ritmo elevatissimo, finiva per accellerare il processo di dissoluzione dei capolavori, e quindi finiva per ripiegare su testi di delicatezza inferiore, i best sellers, poi i tascabili, i romanzetti rosa e infine le raccolte del Reader's Digest. Tuttavia, per quanto velocemente diminuisse la disponibilità e la qualità del suo cibo, mai, mai accadde che riuscisse a divorare tutto: alcuni testi, dalla sintassi incerta e dalla grammatica imbarazzante, rimanevano del tutto indigeribili anche al vorace appetito del Verme Sapiente.
Dilagando come una peste attraverso le Americhe, non impiegò molto a raggiungere il vecchio mondo e ad infestare le biblioteche di tutto il pianeta. A nulla valsero i tentativi di proteggere i libri rinchiudendoli in cassaforti sotterranee, o imbustandoli in contenitori sottovuoto: il verme sapiente riusciva sempre a raggiungere il proprio pasto, quasi che la capacità attrattiva de I Fratelli Karamazov fosse superiore alle barriere che l'inventiva umana poteva porre alla sua rapacità.
Non solo. Ben presto ci si rese conto che una mutazione era intervenuta nel vorace batterio, e che la piaga non più già riguardava inchiostro e carta, ma qualunque supporto capace di sostenere prova di creatività artistica. Le pizze cinematografiche cominciarono a dissolversi, fotogramma dopo fotogramma; gli spartiti si trovarono a non contenere altro che chilometri e chilometri di vuoto pentagramma; nelle cattedrali l'intonaco prese il posto degli affreschi trecenteschi. E quando si pensò infine di salvare le opere rimaste digitalizzandole e riversando nei computer copie magnetiche dello scibile umano, apparvero le nuove mutazioni, i virus digitali, dei quali il più celebre fu certo il terribile (nonchè invulnerabile - persino ad Hijackthis) appetitum.exe, capace di svuotare i dischi fissi anche degli elaboratori spenti. Lo riaccendevi e, puf!, la Divina Commedia non esisteva più.
In pochi anni, il mondo fu popolato di libri bianchi, vinili vuoti, cornici che incorniciavano tele non dipinte, fotografie non impressionate. Non solo: anche in un mondo depauperato dall'arte, il batterio sopravviveva, dato che, ogni qualvolta qualcuno cercava di scrivere, traendole dalla propria memoria, le parole con le quali iniziava Il Maestro e Margherita, il batterio attaccava, e l'inchiostro svaniva dopo pochi secondi.
Così, aspettando che qualche scienziato geniale scoprisse un nuovo composto antibiotico capace di ridar vita a ciò che non c'era più, l'umanità imparò ad accettare la nuova sua condizione, e cominciò ad appassionarsi a ciò che il verme sapiente aveva trovato indigeribile e lasciato intatto, scoprendo, nei libri di Moccia, una nuova dimensione dell'esistere.
Curiosamente, i blog mai furono toccati dall'azione del verme.

venerdì, novembre 13, 2009

La porta del fulmine - parte due di due

Riassunto: il dottor Livingston (suppongo) si inoltra nella foresta pluviale per cercare tracce della misteriosa tribù dei brufolosi. Alla fine trova il loro villaggio, ma mal gliene incoglie, soprattutto per il pugnace odor di ascella che tutto si spande attorno.

23 novembre (mi sembra)
Si può provare, mi chiedo, nostalgia per ciò che mai si è vissuto?
Esiste forse un nome, per lo struggimento che ti prende a ricordare spiagge lontane, mai visitate, tramonti mai, mai visti, a sentire - o credere di sentire - odori e sapori che ricordi, ma che mai hai prima incontrato?
Cos'è quel desiderio, che ti trascina via, e che non sai più cos'è e cos'è stato, e quelle mattine splendide e luminose chissà se le hai vissute mai?
Io questi ricordi di felicità che ho, a volte non so, se son ricordi davvero, o desideri, o presagi.
Magari questa malinconia dipende dal fatto che sono prigioniero da settimane, affamato e assetato, preda di allucinazioni, probabilmente malato di malaria e rinchiuso dai brufolosi in una gabbia di tigre vietnamita (non "tigre vietnamita", ma "gabbia vietnamita". Si tratta di quelle gabbie alte un metro fatte con le canne di bambù al posto delle sbarre, molto impressionanti di primo acchito, ma devo dire scarsamente sicure: voglio dire, è una canna di bambù, con un cazzotto la rompi. E' poi anche dolcina, se la mordi, la canna di bambù. In effetti una gabbia fatta di canne di bambù è proprio una sciocchezza, questi fanno proprio le cose alla cazzo. Sicuramente sarebbe stato ben più preoccupante se mi avessere messo dentro una gabbia con una tigre vietnamita, sempre che codesto animale esista. Altrimenti andava bene anche una tigre malese. Ma non Sandokan, eh, una tigre vera, sai quelle coi baffoni. E' vero, anche Sandokan ha i baffoni. Anche più folti di una tigre malese. Di quella vietnamita però non lo so. Di che stavo parlando?).

24 novembre, forse.
La fame mi sfinisce. Mangio quando mangiano loro, cioé solo quando hanno fame, e mangiando quello che trovano in cucina. Possono passare anche dieci, quindici ore senza che si ricordino del cibo, e poi magari nel giro di mezz'ora mi portano pasta fredda, cosci di pollo, tranci di pizza, kebab, merendine, gomme da masticare, orociocsaiva e smarties, centinaia di smarties, milioni di smarties.
Ignorano ogni uso dell'acqua. Quando ho chiesto se potevo averne un po', il giorno in cui mi hanno catturato, mi hanno guardato perplessi, senza capire. Ieri, sfinito dalla sete, ho chiamato il mio carceriere (un sifilitico metrosessuale con i jeans cuciti alle caviglie da decine di spille da balia) e gli ho chiesto da bere. Si è allontanato mandano messaggi col cellulare, ed è tornato dopo mezz'ora.
Con un bricchino di Estathè.

Qualche giorno dopo, non so quanti.
Si sono finalmente convinti del fatto che non rappresento per loro alcun pericolo: non gliela smeno su come si vestono, su cosa mangiano, dove vanno, quando tornano, con chi, come si chiamano i loro amici, se qualcuno di loro fuma, beve, si droga, rimetti a posto camera tua e raccatta quei calzini che sennò non esci per un mese e guardami quando ti parlo, domani c'è il prossimo compito d'inglese, hai studiato?
Adesso circolo liberamente per il villaggio, e posso studiare il comportamento dei brufolosi nel loro ambiente naturale: la deboscia.
Ho scoperto che si dividono in gruppi etnici, che non so se chiamare caste o famiglie o cumpa, e che questi gruppi tendono ad essere tra loro in aperta competizione. Se all'interno di un singolo gruppo l'omologazione in termini di abitudini, gusti musicali e look è pressochè totale, tra le diverse cumpa sorgono muri di astio.
Quotidianamente, gruppi di indigeni spariscono dalla circolazione a orari stabiliti, riapparendo dopo un intervallo di tempo che va da mezz'ora a qualche ora, dipende da quanti telefilm o spettacoli trasmettono in successione, e dalla loro qualità. Ho stimato che una sequenza di One Tree Hill, Everwood, Il mondo di Patty può decimare la popolazione femminile della tribù sino al 70% del totale.
Il loro sistema di governo è molto interessante: si riuniscono davanti a un bar, una gelateria, una sala giochi o una panchina, e iniziano a dibattere, mostrando scarso interesse nei confronti dell'argomento in questione (ma anche di tutti gli altri). Durante la discussione si mettono le mani in tasca, le tirano fuori, si dondolano sulle gambe, si accendono un cicchino, mandano un messaggino, si rimettono le mani in tasca, si aprono e chiudono ritmicamente la zip della felpa, si alzano il cappuccio della felpa, si abbassano il cappuccio della felpa, si accendono un'altro cicchino, si siedono, si rialzano, si tolgono le mani di tasca, e così via per quelle che sembrano ore (e che sono, in effetti, ore). Alla fine non decidono nulla, e tornano a casa sfavati.
Nessuno degli indigeni sembra avere una capacità espressiva che superi lo sbadiglio. Ogni tanto qualche femmina alza la voce e inizia a muoversi concitata, minaccia qualcuno con il sostegno delle amiche, poi va via e i maschi commentano, in genere, con espressioni tipo "boh". I maschi, generalmente non ridono o schiamazzano a lungo. La maggior parte del tempo si limitano a guardare a terra, grattarsi la poca barba, pensare al suicidio e parlare di fica.
D'altra parte la vita sessuale dei brufolosi è misteriosa: non si accoppiano mai, se non verbalmente. Tuttavia sembrano capaci di approfittare di portoni bui, muretti scoscesi e genitori fuori casa per indulgere in pratiche ginniche pericolose per la salute di un adulto comune. Soprattutto per la schiena.

Nessuno di loro vuole parlare con me.
Eppure ci provo, chiedo, parlo. Provo anche a raccontare loro aneddoti sulla mia adolescenza, citando esempi di quanto ero simpa alla loro età, e quanto mi dvertivo, e quanto li invidio, e quanto dovrebbero essere felici di essere ancora brufolosi, che dopo la vita è dura e difficile. Loro mi guardano, annuiscono guardando a terra e poi se ne vanno, dicendomi che devono studiare.
Ma secondo me non è vero.
Mi incuriosiscono, sembrano sempre tristi e spaventati, e non capisco perché.
Sarà la giungla che li rende così.

Le scimmie sui rami sembra che ridano. Beate loro, che vivono la vita senza preoccupazioni, fortunate creature.

mercoledì, novembre 04, 2009

Lucca 2009

Piccola pausa per parlare dell'incontro con l'idolo delle folle.
E' quasi tutto vero. Dove per vero si deve intendere falso, e per quasi si deve intendere non completamente, e per tutto si deve intendere cateto.
E poi, porca miseria, ho conosciuto Skiribilla.



lunedì, ottobre 12, 2009

La porta del fulmine - parte uno di due

12 settembre
L'aria è pesante, viziata. L'odore di ascella si fa sempre più forte, via via che mi avvicino alla zona segnata sulla mappa come "inesplorata". I portatori indigeni, due anziani giocatori di briscola alla meno, si sono rifiutati di proseguire, lamentando gonfiore alla prostata e secchezza alle fauci. Ma io so che in realtà la loro altro non era che paura: questo territorio è tabù. Hanno paura di quello che abita la giungla, ma io no. Io vado avanti. E, se le mie ricerche saranno confermate, diventerò l'antropologo più famoso della mia generazione, uno scienziato di fama mondiale, un esploratore degno di essere ricordato.
Ma adesso devo proseguire, da solo, nella giungla ostile, se voglio trovare l'oggetto delle mie ricerche.

13 settembre
Due giorni fa ho abbandonato la civiltà, e mi sono inoltrato nella natura selvaggia, alla ricerca di una leggenda. Quando ho parlato ai miei colleghi della possibilità di trovare la civiltà perduta di Brufolosia, molti hanno riso: "sei un pazzo" dicevano "un illuso". "I brufolosi non esistono, sono solo una leggenda" "non esistono prove della loro esistenza" "oltretutto hai anche una cravatta orribile" "e vogliamo parlare dei mocassini?" e così via. Eppure, io so, ne sono certo, che le mie ricerche hanno un senso. Adesso, in questa radura in mezzo alla giungla, sento di essere molto vicino a ciò che sto cercando. Proprio questa mattina, nel profondo della boscaglia, verso nord-est, ho sentito trillare una suoneria. Se non sbaglio, era quella del gattino Virgola.

14 settembre
Tracce di gomma da masticare, cicche di sigarette, glitter, e tantissimo gel per capelli.

16 settembre
Niente da fare. Più avanzo, più sembrano spostarsi. Sono sempre un passo avanti a me, ma non riesco a raggiungerli. Eppure vorrei solo vederli allo stato naturale, osservare il loro comportamento, magari provare a parlare con loro. Dai rami degli alberi, i Nokia sembrano deridermi, con i loro cinguettii bitonali.
Sono depresso, e non ne capisco il motivo. Che ci siano ormoni nell'aria?

22 settembre
E' incredibile! Non riesco a parlare dall'eccitazione! E' stato incredibile, incredibile, o, come direbbero loro, "ganzo"! Sono ancora tanto eccitato che dovrò prendere un po' di Valium.
Allora, è andata così: stavo seguendo le tracce lasciate da un gruppo di brufolosi (nello specifico brikkettini dell'estathe), quando all'improvviso mi sono trovato circondato da un circolo di voci, anzi di sussurri. Tutto intorno a me, nel buio del bosco, occhi coperti da grossi occhiali da sole mi stavano spiando. Riuscivo ad intravedere le luci fredde dei cellulari, i pallidi monitor degli iPod, le creste di capelli che scintillavano alla debole luce che filtrava tra le fronde. Lontano, nel fondo della giungla, una voce femminile strillava a toni acutissimi, gridando frasi incomprensibili, della quali riuscivo solo a cogliere pochi termini: la tu' mamma maiala, il massi è troppo bono, devo ancora studiare stopardi, vai in cuuuulo. Io ero immobile, non volevo turbare l'incanto del momento. Non dovevano essersi accorti di me, probabilmente li ho incrociati casualmente mentre si muovevano verso le loro zone di caccia, o verso la puntata di oggi de I Griffin. Ho cercato di diventare pietra, sasso, un albero immobile, e ho potuto assistere (incredibile!) ad un rituale di corteggiamento: un maschio si è avvicinato ad un gruppo di femmine con le mani in tasca, ne ha isolata una offrendole una cicca, e poi le ha fatto una domanda dondolando su sè stesso. Lei gli ha tirato un cartone in faccia che l'ha steso.
Immagino faccia parte del rituale.
Dopo pochi minuti ero solo, senza sapere dove fossero finiti, o come avessero fatto a sparire così in fretta.

23 settembre
Sono prigioniero! Questa mattina mi sono svegliato a calci (nel senso che mi prendevano a): attorno a me, un gruppo di brufolosi, con i tatuaggi tribali a forma di acne sul viso, i piercing di riconoscimento, sulle spalle gli zaini dell'invicta, le mani troppo grandi per poter essere gestite con consapevolezza. L'odore di calzino morto è atroce.
Poi, quello che sembra il capo, un emo con i capelli completamente incatramati e le braccia piene di cicatrici da lamette, si china verso di me. Mi fissa per qualche istante e mi dice:
- Kedfrst otta sfre il vcaero.
Lo sapevo, son troppo vecchio per capirli.

(continua...)

mercoledì, settembre 23, 2009

F For Forchetta

Una questione che assilla metà della razza umana da millenni è riassumibile in una semplice questione: "perché la donna mangia sempre dal mio piatto?".
Pare infatti che sia un costume diffuso in tutte le culture che le femmine provino curiosità per il cibo che la controparte maschile sta mangiando in quel preciso momento.
- Mi fai sentire un pezzo di pizza?
- Certo.
- Mi fai sentire un sorso di birra?
- Bevi pure.
- Posso mangiare un pezzetto di tiramisù?
- Prego.
- Mi lasci un sorso di caffè?
- Si.
- Mamma mia quant'ho mangiato.
La questione è complessa, e la risposta, probabilmente, risiede nell'accettazione di una visione multisfaccettata del complesso definibile come "donna".
Questa l'opinione di Umberto Eco, che nel suo celebre saggio La mitopoiesi del succhino alla pesca studia le tracce di succo di pomodoro lasciate sulla tovaglia, ricostruendo a posteriori l'esistenza del trancio di pizza che ha transitato dal piatto dell'uomo alla vorace bocca femminile.
Tesi duramente contrastata da alcuni degli altri aderenti al movimento del Gruppo 63: Alberto Arbasino difatti, in un articolo pubblicato nel 1984 su EPOCA, così ribatte alle tesi dell'illustre collega:
"Il didascalismo analitico fin de siecle, il concetto della recherce pour la recherce, non mi disturba, sin quando ci si pone in una disamina che sia autenticamente arrembante. Ma se, au contraire, diventa solo occasione per mistificazione not really amusement, allora non può che suscitare, lungi dal mio pensiero affermare l'opposto o il differente, che sincero sdegno kompromisslos. L'atto femminino della gestualità accentuata, il desiderio incarnato e non derisorio dell'afferrare la otra comida, è puro e definitivo atto di condivisione sine qua non".
La celebre analista politica Camilla Cederna, in un articolo intitolato La violenza della sperequazione maschio-clerico-fascista intacca anche l'appetito, pone l'accento sul gesto politico dell'assaggino. Difatti, come il maschio ha per anni preteso ubbidienza e sudditanza dalla femmina, così adesso la femmina pretende equanimità dei risultati, più che uguaglianza nei diritti, mangiando le patatine del compagno (con maionese ma senza ketchup).
Non si creda che il dibattito sia da ascrivere esclusivamente all'ambito nazionale. Jacques Derrida ebbe a dire, durante le lotte del 1979: "la fenomenologia dell'azione con la quale la donna attua il proprio status di predatrice simbolica, è tutta ascrivibile all'interno del percorso demantico del termine colazione, dal latino cònfero, ovvero portare insieme, contribuire. Il pasto è gesto collettivo, adunque abbia ad essere condiviso. Punto."
Tesi che si sposa con quella di Roland Barthes che, in Non riesco a trovare gli occhiali. Ah, eccoli qui, li avevo sul naso, che sbadato!, asserisce che è forma propria del convivio amoroso la condivisione dello spazio pure alimentare, purché, chiarisce, poi la cosa sia reciproca e "anch'io possa mangiare un pezzo della roba sua".
Ma le donne non sono restie alla condivisione, afferma Massimo Cacciari nell'articolo Ho fatto colazione con la Veronica Lario e voi no pubblicato sui Quaderni del Mulino nel 2002: al contrario, sono ben disposte ad offrire parte del loro cibo in cambio di una porzione, anche più piccola di ciò che il compagno ha nel piatto. Ma se quello che ha preso lei non mi piace, che faccio? si chiede il filosofo barbuto, senza peraltro trovare risposta.

- Buonasera, avete deciso?
- Si, per me trenette al pesto.
- E per lei signora?
- Anche per me, grazie.
Più tardi.
- Ecco le trenette per la signora e per il signore.
- Grazie.
Mangiano.
- Senti...
- Dimmi cara.
- Com'è la pasta?
- Buona.
- Me ne fai sentire un po'?

martedì, settembre 22, 2009

Un guistificato motivo per (parte ventunesima)

L'ennesima puntata di questa saga interminabile scritta in prima persona dal Giangi.
Giangi, allontana da me questo calice e concludi in fretta, te priego.

Heike

Immobile, impietrito, non una lacrima, non un goccia di sudore sfiorano il mio volto, forse per il fatto che non mi accompagna un totale senso di stupore, come se in un certo senso rifiutassi solo l'idea che sarebbe potuto succedere di nuovo. Probabilmente con tutto questo ripartire e rifermarsi la forma mentis di statistico ha fatto si che annoverassi un'altra sosta tra le variabili residue, che va da se a mescolarsi con una naturale propensione a tenere tutto sotto controllo.
L'idea di rimanere spiazzato mi ha sempre affascinato ma nello stesso tempo spaventato. Parte da qui l'esigenza di non dare mai niente per sicuro, di non lasciarsi mai andare ad una scelta che sappia di volo pindalico, ma di mettere sotto esame persone, sentimenti e situazioni, di cercare strenuamente una chiave di lettura che mi permetta di assumere una posizione il più equilibrata possibile, che mi aiuti ad entrare sempre in sintonia con l'esterno, che mi renda visibile ed allo stesso tempo inosservabile.
Lo scettico blu, così mi chiama mia madre, e direi che non esista un immagine e assonanza di parole migliore per descrivermi. Se potessi raffigurarla sarebbe una di quelle figure impossibili di Escher dove gli elementi si accavallano in modo tale che l'occhio non riesca a distinguere l' elemento primo, quello dominmante che detta le regole del gioco.
Scelgo, (o forse non scelgo) di lasciarmi travolgere da questa nuova fermata; mi rimane solo un pò di amaro in bocca per dover ancora di più tardare il mio rientro a Prato.
Concerntro le mie energie, quell rimaste, sul mio mp3, sembra davvero avermi abbandonato, alla fine è arrivato il suo tempo, si vede che non era fatto per rimanere con me in questo viaggio. Un pò tutto ciò mi rattrista, non posso che ringraziarlo per avermi concesso dei momenti di grande introspezione musicale, affacciato davanti al finestrino del treno o lungo le rotaie di un binario. Peccato!
Fortuna che c'è il Pc!
Bhe meno agevole, ma non per questo meno presente nel viaggio, e di sicuro con una storia da raccontare più antica rispetto a quella dell' mp3.
Inizia tutto quando mi sono trasferito nei pressi delle Colonne di San Lorenzo, anche il quel caso il nostro incontro è nato in virtù di un abbandono, quella volta si trattava di un portatile e più che di un abbandono è stato un vero e proprio sequestro, dato che dei ladruncoli, entrando in casa mia una sera d'estate, han deciso bene di portarselo via insieme al mo costume preferito.
Non perdo tempo, lo accendo, giusto qualche minuto e sul desktop appare l'immagine di un vagone vuoto del treno, un'immagine direi più che familiare.
Mi sento già meglio!
In alto la cartella musica.
Ci vuole una canzone che dia un degno funerale all'mp3 e che dia nuova linfa al susseguirsi di una nuova e casuale compilation musicale. L'occhio cade subito su Halleluja di Leonard Cohen. Non esisite credo brano migliore per questo momento, dolce, intenso, sui suoi accordi sembrano cullarsi i ricordi di un viaggio, di un passato così vicino. Un brano che fa il vuoto intorno a se che non ammette intrusioni, dove l'accordo lascia presto spazio al vibrato gentile di una chitarra elettrica che lentamente si trasforma in un violoncello che detta l'ultima nota e che interminabile si lascia sfumare delicatamente nel silenzio chiudendo il sipario.
Giangi

venerdì, settembre 18, 2009

Chiamola favala

DRIIN DRIIN
- Pronto?
- Eh però Bloggottuso, tu sei tante parole ma pochi fatti. Dicevi che avevi tanti post pronti, ma poi gnente hai scritto, gnente. E la gente piange, Bloggottuso, perché non sa cosa pensare del fatto che te stai zitto, e i bambini muoiono in Africa e tu non scrivi, qui la gente vuole sapere, vuole che ci fai ridere, facci ridere Bloggottuso, o ti facciamo le cose che poi ti fanno male. Dicci Bloggottuso, perché non scrivi, eh?
- Eh, avevo da fare.
- E ora?
- Ora no.
- Allora scrivi, Bloggottuso, o ti facciamo del dolore.
- E va bene. Vi racconterò una favola. Dunque, c'era una volta...

C'era una volta una compagna che si chiamava Cappuccetto Rosso per la sua entusiastica adesione agli ideali marxisti. Un giorno codesta compagna parte dalla sezione Occhetto per andare dal compagno Stalin per portargli il panierino con i dolci preparati dalle compagne della festa dell'Unità. Nonostante l’avvertimento di Carlo Marx( Das Kapital, capitolo 13: non inoltrarsi nel bosco, mai, per nessuna ragione, cazzo, non fatelo mai, mai, mai!) si inoltra nel bosco.
Qui incontra il lupo cattivo, che cerca di sedurla offrendole un provino a Buona Domenica (questa metafora è abbastanza scoperta, ne convengo).

Ora, cosa farà la nostra cara Cappuccetto Cremisi?
Se pensate che cederà alle lusinghe del mondo dello spettacolo e del bavoso, anziano e lubrico canide, allora cliccate qui.
Se invece ritenete che rimarrà casta e pura nella sua socialista identà, allora cliccate qui.

PS: si! è una storia a bivi! di nuovo!
PPS: poi mi dite se vi piace.