sabato, agosto 27, 2011

Te lo giuro sul canguro

Ora, potrei stare ore qui a raccontarvi delle mie avventure durante i disordini di Londra di qualche settimana fa (ricordate ancora? Quelli con gli autobus incendiati, i negozi distrutti, i palazzi in fiamme... lo sapevate, vero, che adesso vivo nella città che voi guardavate bruciare in televisione mentre mangiavate avide fette di cocomero?). Potrei, ma non lo farò, tanto ha già detto tutto Antonio Caprarica. E comunque non era vero nulla, di quello che ha detto lui: la regina non ha davvero dato fuoco in Trafalgar Square ad una bandiera degli Stati Uniti, e non era vero nemmeno che la Thatcher è risorta dalla morte (è morta?).
Insomma, non starò a tediarvi con queste quisquilie, ma verrò adesso a raccontarvi una piccola e leziosa avventura che mi è capitata in questi tumultuosi giorni.
GiovedÏ ero in farmacia, intento ad occuparmi della importante missione del pulling forward, ovvero spostare in avanti le merci sugli scaffali (ebbene sì, il vostro sta facendo anche questo, scoprendo al tempo stesso nuove dimensioni dell'esistente) per colmare i posti vuoti e rendere il tutto più gradevole alla vista, o almeno questo è quello che dice Larry, il mio manager che somiglia a Mr T. E nel mentre che ero lì, chino sugli scaffali più bassi, mi si affianca uno e mi dice (temo di non essere in grado di rendere né l'intonazione né l'accento, ma se fate un salto a Londra ve lo faccio a voce):
- Escusmi.
- Yes sir (io, senza alzare gli occhi).
- Ai uont nou if iu nou uear bai a... (il familiare accento di casa mi fa alzare lo sguardo: un uomo invecchiato anzitempo, alto ma curvo, gli occhi ispessiti dalla delusione, i capelli radi e bianchi, lo sguardo desolato di chi non riesce ad accettare la realtà che gli si para davanti. Dove ti conduci, vecchio mio, dove vaghi, cosa cerchi, in questo mondo sì difficile?)... a CIPUOT.
Io lo guardo, non capisco, ma chiedo quello che chiedo sempre in queste situazioni.
- Where are you from, sir?
- Am ITALIAN (bello maiuscolo, urlato. Due vecchie si girano spaventate, la guardia giurata mette mano alla pistola, cani abbaiano in lontananza)!
- Allora guardi (rispondo in italiano, sorridente), un attimo e sono da lei.
- Amsorri?
- No, dicevo, sono italiano anch'io.
- Ma che caaaaa...ra persona! Complimenti! Buon soggiorno!
E nel dire questo mi porge la mano. Io, per atavico istinto, la stringo e lui mi tira su, in piedi.
Un po' scosso, gli dico:
- Allora, mi dica, posso aiutarla?
- E che gnente, vede, me sí è scassato l'orologgio e adesso devo trovanne n'antro, ma n'orologgetto da gnente, na robba de plastica, che me frega. Lei capisce, posso guardaí 'r cellulare, ma è 'na rottura de cazzo (giuro che non sto inventando niente), sto 'n giro e nun posso sape' l'ora.
- Aah, guardi, aah, mi lascia la mano per favore, grazie, posti dove comprare orologi da battaglia a Londra ne trova ovunque, ma adesso sono le sei e mezzo, siamo nella City, qui è tutto chiuso.
- Ah, mannaggia ar cazzo.
- Lei dove sta? (nel frattempo lo studio meglio e comincio a pensare che sotto quelle rughe c'è un viso familiare. Devastato dalle privazioni sì, ma familiare).
- A coso, a Stocneuinton.
- Ecco, è più probabile che trovi qualcosa in quella zona che qui, perché...
- Ho capito ho capito, e va bbe', cercherò domani madina pe' vede se se trova quarcosa. Ecco, sa, n'orologio come 'r suo, roba così me serve, da poco.
- Ah, sì, esatto, questo l'ho comprato da Argos.
- Eh?
- Argos, è una catena, i negozi li trova ovunque.
- Come se chiama? Astronz?
- Argos.
- Ahhh, cioè, come se scrive? Ho capito, ho capito. Bene, grazie davero dell'aiuto, è stato prezioso, le auguro una bella giornata e un buon soggiorno, grazzie e tante care cose.
Nel dir questo mi mette il braccio intorno alle spalle e mi accompagna verso l'uscita. Io docile, lo seguo come fosse il pifferaio di Hamelin. Raggiunta la porta, mi libera dall'abbraccio mortale e se ne va, misurando il mondo con grandi passi a compasso e dondolando le braccia attorno a sè.
E' allora che l'incantesimo di occultamento di memoria mi abbandona: líuomo che ha appena lasciato il negozio, simpatico come la lebbra, è Luca Giurato.

Grazie, grazie, siete un pubblico stupendo, grazie. Ora, se permettete, prima di lasciarvi vorrei lanciare un appello in mio favore. Sono povero, ho freddo e dormo sotto i ponti, non mangio da settimane e bevo líacqua dai canaletti di scolo che scorrono ai lati delle strade, ma nonostante tutto questo non ho mai perso la mia dignità.
Fino ad ora.
Infatti sono qui, prostrato in ginocchio di fronte a voi per IMPLORARVI di votare il Blog Ottuso nell'ormai annuale sfida dei Macchia Nera Award, il premio più (inserire aggettivo a scelta) d'Italia, nel quale i blog più (inserire aggettivo a scelta) d'Italia vengono premiati per i loro (inserire sostantivo a scelta) d'Italia.
Quest'anno ho deciso di vincere, e per farlo mi lancio in questa marchetta avvilente: votatemi, votate il blog ottuso nella categoria MIGLIOR BLOG EROTICO. Vi prego, fatelo.
Sì, avete letto bene: MIGLIOR BLOG EROTICO. Questo perché sento che questa nuova sfida mi dà la voglia di scrivere di nuovo come ai vecchi tempi, e vi garantisco che nelle prossime settimane leggerete un sacco di nuovi post qui sopra, e tutti, decisamente, erotici.
E' una promessa elettorale.
No, sul serio, nuovi post.
Votatemi.
PS: avete tempo fino al 2 settembre.

venerdì, luglio 22, 2011

Il fardello dell'uomo bianco (parte due di due)

Riprendono le avventure dei due più famosi "italiani all'estero che vanno alle poste di Città Cupa a chiudere il conto Bancoposta". E' una categoria non aperta a tutti, spero che capirete.

LUNEDI POMERIGGIO
"Allora, la simpatica creatura infernale delle Poste ci ha detto di telefonare a questo numero dopo le ore 14. Che ore sono adesso, cara?"
"Le 13.30".
"Ohibò, non è ancora l'ora di alzare il ricevitore e digitare il codice numerico sul disco rotante. A dipresso, anzi, si tratta di un orario antecedente a quello che ci è stato siffatto indicato, non ne convieni? Non posso altresì fare a meno di notare che si tratta dell'orario nel quale usualmente mi intrattengo farcendo me stesso con copiose quantità di alimenti scelti e cucinati all'uopo. Adunque mia cara, perché non ti rechi in cucina a preparare qualche sana portata e apparecchi il desco dinanzi a me e mi rechi in tavola il desiato cibo affinché possa saziare il mio robusto appetito masticando a quattro palmenti?"
"E tu, invece, perché non te ne vieni un poco a fanculo?"
E così, ridendo e scherzando si fecero le 14...
- Driin. Driin.
"Squilla?"
"Sì".
- Driin. Driin.
"Rispondono?"
"No".
"Ma squilla?"
"Sì".
- Driin. Driin.
"E adesso?"
"Cosa? Se squilla o se rispondono?"
"Se rispondono".
"No".
"Ma squilla?"
"Sì."
- Driin. Driin.
"Magari provo dopo".
Dopo.
- Driin. Driin. Pronto?
- Sì, salve, ciao, buonasera, salve. Senta, niente, volevo sapere, se è possibile, mi hanno dato questo numero, stamattina sono stato alle Poste, agli uffici, lì da voi, stamattina, un impiegato allo sportello mi ha detto, ma non so con chi devo parlare, devo chiudere un conto Bancoposta, allora l'impiegato mi ha detto che dovevo telefonare e chiedere se potevo chiudere il conto Bancoposta, cioé, se è umanamente possibile farlo.
- I conti si chiudono il sabato. Arrivederci.
- No, aspetti, nel senso, cioè, noi sabato non si può, cortesemente, che dobbiamo prendere un aereo e che faccio, gli dico al pilota aspetta che devo chiudere il conto Bancoposta? O alla hostess? Che quelle della Ryanair sono sempre incazzate e se gli chiedi che ore sono ti tirano una testata urlando "E' L'ORA CHE TI LEVI DAL CAZZO!", ma non parlo per esperienza personale, me le sono sempre figurate così, che ti tirano una testata urlando mentre lo chignon si agita vezzoso sulla sommita della testa, coperto dal sangue che ti sprizza dal naso - in seguito alla testata, beninteso.
- Attenda.
- Sì.
"Che dice?"
"Di attendere"
"Cosa?"
"Lo ignoro"
"Quest'attesa è sfibrante"
"Indeed"
- Pronto.
- Sì, eccomi, scusi, mi son distratto un attimo a parlare con la Elle, ma ero qui non dubiti, mi dica, che insomma, volevo chiudere il conto Bancoposta e fremo e non so ben che devo fare se non fremere.
- Attenda.
- Esatto.
"E mo'?"
"Devo attendere"
"Sono preda di ambascia"
"O io?"
- Pronto.
- Sì.
- Senta.
- Sì.
- Ho parlato alla mia collega.
- Sì.
- Mi ha detto che va bene.
- Cosa.
- Potete venire a chiudere il conto.
- Giubilo.
- Ma dopodomani.
- Va benone lo stesso.
- Portate il bancomat e il libretto degli assegni.
- Sono esilarato di giuoia.
- I vostri documenti, fotocopiati in triplice copia.
- Lo faremo con felicità intrinseca.
- Il certificato di nascita, residenza, stato matrimoniale e esistenza in vita.
- Ne convengo.
- Un uovo d'oro, tre scaglie di drago, pelo di cane che ti ha morso, la prima edizione del "De Volture Giubiliis" del Gaberti, settemila euro in gettoni d'oro, una dentiera mai usata, l'abito da sposa di Giulietta Masina, cinquanta rotoli di carta igienica doppio strato, un iPad craccato, un quadro qualunque di Guttuso, un grosso cartello di ferro smaltato con scritto PERICOLO DI CROLLI, la fotografia autografata di Rocco Tanica, un nido di quaglie (non necessariamente pieno), la Numero Uno, l'indirizzo e-mail di Gatto Panceri e due fotografie formato tessera.
- Aspetti che la penna non mi scrive.
- Presentatevi dopodomani alle 14 e chiedete del feroce comandante Ardito.
- Allora, cosa diceva a proposito di quella cosa che ha detto prima?
- Tu-tu-tu-tu-tu.
"Com'è andata?"
"Non lo so".

Piccolo inserto: ma se a me mi chiedono sempre due fotografie formato tessera, perché la macchinetta me ne fa quattro? Che poi a volte ci sono quelle macchinette che te ne fanno quattro, sì, ma con uno scatto solo (o forse era guasta quella che era toccata a me), che se per caso non ti sei accorto che stava per scattare eccole là, quattro foto quattro con te che ti lecchi la mano prima di passartela sui capelli. Prova ad usarla in questura, vai, quando ti chiamano per confermare l'alibi, ah!

Due giorni dopo, siamo dinanzi alle porte delle Poste Italiane, ma l'ingresso era sbarrato. Il timor ci colse, e dinanzi all'antico ingresso favellar più non potemmo. Ove poter condurci, mi volsi allora a Elle, per concluder questo malo affare? Codesto signale, che favella, se non le ore di apertura dell'ufficio? Non dovrebber esser dunque aperte, quelle porte ove si giace la conclusione del conto? Ella mi rispose: non vedi tu che l'orario di apertura è sì giusto, ma coverto da una novella iscrizione? Non vedi forse tu, con gli occhi tristi, che coloro ch'adusi sono al travaglio entro queste mura, sono adonti e rinchiusi in assemblea sindacale? E non scorgono gli occhi tuoi il messaggio che l'orario d'apertura è spostato in avanti, come carro dal carrettiere, di metà del tempo che il sol nel cielo impiega a percorrere la distanza di un'ora? Io lo vidi, e caddi, come corpo morto cade.

Alla fine entriamo (questa storia sta diventando più lunga di Guerra e Pace) e ci dirigiamo speranzosi verso lo sportello dove ci viene riferito staziona il feroce colonnello Ardito. Trattasi di un ometto anziano e sorridente, d'aspetto gentile e dimesso, e tutte quelle coppie di aggettivi gradevoli che volete assegnare ad una persona che poi, alla fine, il conto Bancoposta ce lo chiude (sì, vi anticipo il finale, casomai morissi prima di riuscire a premere il tasto PUBBLICA POST).
L'ufficio è quasi vuoto, ci siamo solo noi e poche decine di persone, tutte in attesa ad altri sportelli. Al nostro sportello c'è una signora anziana dai capelli rosa che ha quasi finito. E' il numero 33.
Noi siamo il numero 34.
La signora dai capelli rosa fa: "bene, ho finito, grazie".
Prende la mazza e, un passettino dopo l'altro, si allontana.
Il feroce colonnello Ardito fa per premere il tasto che fa scorrere i numeri e ci guarda sorridente.
Noi gli sorridiamo di rimando, gioiusi.
La signora dai capelli rosa fa: "un momento, dimenticavo", e torna indietro.
Un passettino dopo l'altro.
Torna allo sportello e fa: "ho dimenticato di ringraziarla".
"Prego signora".
"E' stato davvero tanto gentile".
"Ma si figuri, dovere".
"No, gente tanto gentili come lei non ce ne sono".
"Ma no ma no".
"Insisto. Come posso fare per esprimerle tutta la mia gratitudine?".
"Ma non importa".
"Davvero. Ha dei bambini? Ci posso regalare delle caramelle al rabarbaro?"
"Non ho figli, ma grazie lo stesso".
"Lei mi è così caro".
"Amo tutti i miei clienti".
"Le persone come lei si contano sulla punta delle dita".
"Cosa vuole che le dica, mi piace il mio lavoro".
"E mi dica, ha anche..."
Ma non sapremo mai cosa voleva chiedere, perché in quel momento arriva Elle da dietro e la colpisce fortissimo alla schiena con un calcio rotante, urlando:
"MA TI LEVI DAL CAZZO VECCHIA PUTTANA?!"

Il feroce colonnello Ardito ci chiude il conto Bancoposta in un attimo. I soldi però non ce li dà, perché ce li mandano a casa (in Italia, al vecchio indirizzo) con un assegno da incassare sul nostro conto Bancoposta (WTF?).

Tutto è bene quel che finisce e basta.

martedì, luglio 12, 2011

Il fardello dell'uomo bianco (parte uno di due)

Intanto c'è da dire che adesso vivo in un paese che magari a eleganza, buon gusto e roba da mangiare stiamo un po' indietro (ma tipo tanto), però per quanto riguarda l'organizzazione delle robe del vivere quotidiano, la burocrazia, il disbrigo degli affari quotidiani, ah signora mia, l'Italia è il Burundi (senza offesa per il Burundi che peraltro scopro essere stato colonia prima tedesca e poi belga, quindi magari hanno una struttura statale ereditata dai loro passati dominatori protestanti - non era Weber che diceva che alla base dello sviluppo capitalistico dell'occidente c'è lo spirito arraffone e competitivo e profittante del calvinismo? E io chennesò) punto.
Insomma, per celebrare la nostra prima vacanza italiana decidiamo di andare da Poste Italiane a chiudere il conto Bancoposta.

LUNEDI MATTINA
Arriviamo alle poste e parcheggiamo la macchinina sulle strisce pedonali davanti ad un passo carrabile riservato ai disabili di fronte all'ospedale e alle scuole. Suoniamo un po' il clacson, poi scendiamo parlando a voce alta al cellulare ed entriamo.
Le poste sono state ristrutturate da poco: ci sono nuovi vetri, i muri sono imbiancati di fresco, sono stati persino installati dei nuovi poggianziani (uno non ci pensa, ma guarda che sono indispensabili: metti che devi andare alla posta e hai un anziano con te e non ci sono sedie libere, che fai? Dove lo posi?), senza contare le numerose nicchiette predisposte per l'impiegato che non ha voglia di lavorare ma non vuole che la gente gli rompa le palle: basta entrare in un cubicolo, sedersi, prendere in mano un telefono e far finta di telefonare. Oppure, meglio: si entra in due (entrambi in pausa caffé), ci si siede uno al posto dell'impiegato e l'altro al posto del cliente, e si chiacchera amabilmente del regalo da fare alla Gisella che si sposa, o delle trattenute esose in busta paga, o delle vacanze a sciarmelsceich.
Ed è proprio verso uno di questi cubicolo che ci dirigiamo, attratti dalla scritta SERVIZI FINANZIARI come le zanzarine sono attratte dalla luce azzurra, che però poi dopo zap. Ci affacciamo alla porticina e vedo il promotore finanziario di Poste Italiane seduto con i piedi sul tavolino e una birra in mano, e davanti a lui il cliente con i piedi sul tavolino (dall'altra parte) e un negroni in mano. Quando mi vedono fanno un gesto come a dire "il conto", io li guardo così e allora quello che faceva la parte del cliente si alza e se ne va, con questo sguardo diretto verso di me.
Then io e Elle entriamo sorridendo timidi e l'impiegato fa "un attimo", alza la cornetta del telefono (che non stava suonando) e dice "pronto". Poi tace per cinque minuti, fissando la parete e ascoltando un monologo evidentemente interessantissimo. Poi dice "no" e riaggancia.
Infine si volta verso di noi, così.
"Ditemi".
"Sì, senta, noi si voleva chiudere il conto Bancoposta perché, so che sembriamo due sfigati, ma senta un po' che cosa ganza abbiamo fatto, ci siamo trasferiti a Lon-"
"I conti Bancoposta non si chiudono qui. Noi li apriamo e basta".
"Ah. E allora come si fa? No, perché noi ci siamo trasferiti a Lon-"
"Dovete prendere un appuntamento con un responsabile".
"E come si fa? C'è un numero da chiamare? Perché noi non ci s'ha tanto tempo, bisogna tornare a Lon-".
"Macché telefonare. Prendete un numerino. Aspettate il vostro turno. Vi chiamano allo sportello. Vi danno l'appuntamento".
"Capito. No, perché sa, le cose a Lon-".
"IL PROSSIMO!"
Ci allontaniamo mentre un cameriere entra nel bugigattolo dicendo "chi ha ordinato i due Campari?"

In genere, quando faccio la fila da qualche parte ed aspetto con il mio numeretto in mano, succede una cosa stranissima: tipo che io ho il 48, adesso serviamo il 35, adesso il 36, non c'è il 36? Il 37? Nemmeno? Allora il 38, 39, 40? Nessuno ha questi numeri? 41, 42, 43, 44, 45, 46 (intanto io mi avvicino trepidante, sono passati due minuti da quando ho preso il numeretto e tra poco tocca a me, solo un numero mi separa dallo sportello, oh gioia oh gaudio), c'è il 46? No? E il 47?
"Si, eccomi".
E si avvicina allo sportello una grassona oscillante su due gambotte dondolone, che ci lancia uno sguardo sornione. Vabe', ci diciamo, che c'avrà da fare questa, voglio dire, va alla posta, dovrà pagare un bollettino, mandare una raccomandata, cose così, guarda, tempo cinque minuti, massimo dieci (ma proprio a esagerare, eh) tocca a noi.
Ventisette lentissimi minuti dopo...
"E' andata via?"
"No, è ancora lì. Continua a dormire, ti sveglio io quando tocca a noi".
Tempo dopo (impossibile sapere quanto, la carica dei cellulari si è esaurita)...
"Elle, svegliati"
"Tocca a noi?"
"No, è che il tuo turno di montare la guardia. Tieni, prendi il fucile, ho sentito ululare in lontananza".
(Nel frattempo sullo sfondo passa un cameriere gridando "Per chi è lo spritz?").

"Numero 48"
"Salve siamo noi. Senta, simpaticamente, dobbiamo prendere un appuntamento per chiudere il nostro conto Bancoposta, abbiamo lasciato l'Italia (che è il paese che amiamo) e ci siamo trasferiti a Lon-"
"Va bene".
"Davvero?" Elle comincia a piangere piano.
"Sì".
"Allora, ce lo dà lei l'appuntamento?"
"Sì".
"Che bello, grazie".
"Prego".
"..."
"..."
"..."
"..."
"Ce lo dà?"
"Cosa?"
"L'appuntamento. Per chiudere il conto. Il conto Bancoposta". Elle smette di piangere e mi stringe forte la mano.
"Ah, sì. Ma non adesso. Adesso ho la pausa caffè".
La mano mi fa male.
"Ma poi torna".
"Sì".
E svanisce in una nuvola di zolfo.
Lo troviamo in uno stanzino che guarda video di gattini su Youtube.
Dopo averlo evocato sgozzando un capretto nero, ci rivela che i conti si chiudono su appuntamento e solo il sabato (il sabato?) e il nostro aereo per Lon- parte sabato mattina presto, quindi nisba. Però ci rivela che, telefonando a questo numero e chiedendo di Cicillo o'fetiente è possibile vedere se magari forse c'è la possibilità che sia il caso eventualmente casomai chissà potrebbe darsi di ottenere un appuntamento.
Ringraziando così ce ne andiamo rinfrancati dell'aver trovato un ambiente tanto cordiale ed a misura d'uomo (e di donna).

(continua...)

mercoledì, maggio 18, 2011

La lista è vita

Quando cominciai a scrivere sul blog (quanto tempo fa? Non lo so già più. Potrei controllare nell'archivio, ma provo a memoria: mi pare fosse nel settembre 2006, sbaglio?), quando cominciai a scrivere sul blog, aspetta, questa frase non va, ricomincio da capo.
I primi post avevano una cadenza giornaliera: arrivavo alle cinque e mezzo del pomeriggio, mezz'ora prima di lasciare l'ufficio, aprivo la pagina di blogger e poff! il post arrivava da chissà dove. In realtà gli argomenti me li preparavo prima, magari mi ispirava qualcosa che mi succedeva durante il giorno, o un articolo di Repubblica, o un film visto la sera prima, o una telefonata. Ma quello che ci mettevo dentro, la cornice, l'impostazione generale arrivava di getto.
E' stato un periodo, lo ammetto, glorioso: le visite crescevano ogni giorno, i commenti pure, avevo anche commenti da gente che poi è diventata famosa, tipo Makkox, che ora non mi calcola più (eravamo ragazzi insieme in via Gluck). Poi cambiai modo di scrivere, rinunciai ai post quotidiani per cercare roba più mediata, cercando di andare un po' più in profondo. A volte me li scrivevo prima, su un quaderno di appunti o direttamente nella testa, cercavo il modo di addomesticare una frase, insomma, era lavoro di fino. E devo dire che, se ci sono post di cui vado orgoglioso, sono quelli che ho scritto in quel periodo, anche se non me ne ricordo più nemmeno uno (è demenza senile precoce) (oddio, precoce).
In genere più il post si faceva attendere, più era elaborato, profondo, cesellato. Verrebbe da pensare, ne consegue, che questo coso che stai leggendo adesso sia il post più pensato della storia dei Post Ottusi, tanto è il tempo che ci ho messo a buttarlo giù. Ma vi devo confessare una cosa: in questi mesi, mica sono stato lì a pensare a cosa scrivere stasera.
No.
Per unca.
In questi mesi sono stato impegnato nel cercare di adattarmi allo stile di vita della terra di Albione, ad avviare la mia nuova carriera professionale da Boots (ahahahah) e anche a lavorare su un paio di progetti che. forse, un giorno vi dirò.
Ma non si può star tanto lontani da qui. solo che è cambiato il mio modo di approcciarmi a questo mezzo, mi annoio facile, lo ammetto, e il Blog Ottuso, che ci voglio bene e lo sapete, ora mi annoia un po', le cose da scrivere le ho scritte, l'header l'ho cambiato, eccetera eccetera eccetera. E allora mi sono detto: ma visto che mi va di scrivere e mi va di scrivere su un blog e mi va di scrivere su un blog ma non sul Blog Ottuso, mi faccio un nuovo blog.
Intendiamoci: qui non si chiude, non cancellate gli abbonamenti al feed che ogni tanto continuo a scriverci (tra l'altro mi sta venendo giusto in mente una nuova Rubruca Aperiodica...), ma nel frattempo che si aspetta che maturino nuove idee, abbuonatevi anche al Blog delle Liste, che è un po' un giochino, un po' un esercizio di traduzione, visto che gran parte dei testi vengono da un libercolo che ho trovato qui e che mi diverto a tradurre.

Mi smentisco subito (questo post non è preparato, lo sto scrivendo mo' mo' che lo penso): mi sono accorto che ho in preparazione un post per il Blog Ottuso, visto che una cosa che volevo mettere come chiusa (la differenza radicale tra l'Italia e il Regno Unito) in realtà è cosa troppo vasta per essere apposta come aforisma. Urge lavorarci meglio, scrivere scrivere scrivere.

Il vento si sta alzando, gonfia le vele, sollevate l'ancora che si parte.
Mi seguirete in queste nuove avventure, amici?

mercoledì, aprile 06, 2011

I DIVI!!!!!!

Cari cosi, lo so che vi garberebbe sapere qualcosa di Londra, e perché e percome, e cosa faccio per vivere in queste terre dimenticate da Dio ma abitate dal bacon, e come sia possibile che ancora non mi sia convinto a tornare sul patrio suolo.
Lo so, vi garberebbe sapere tutto.
Anche a me, tra l'altro.
Ma dovrete trattenere, o superstiti quattro lettori, la vostra audace curiosità: il prossimo post dell'espatriato è in preparazione, nel frattempo vorrei segnalarvi un'iniziativa della mia associazione culturale preferita, l'amata SLOWCOMIX, che ha partorito, sotto gli auspici del fervido ingegno dell'immaginifico Pitoff e con la valente partecipazione del Prez (e anche un pochino di Velapoma, via, va detto), la meraviglia che potrete trovare digitopressando il seguente collegamento:


I DIVI


E' roba importante, bella da paura (DAPPAURA!). Parlatene in giro, perché dispiacerebbe se la cosa morisse lì.
Ma non morisse lì, ne sono certo.

A presto,

dalla perfida Albione,

sempre vostro

Heike

PS: di seguito la locandina, da paura pur'essa.



venerdì, febbraio 25, 2011

His first day at the new job

Com'è, come non è, son come un topo nel formaggio.
Cheddar, of course.
Con gli inglesi mi trovo bene, a parte il fatto che non ne ho conosciuto nessuno e ho fatto amicizia solo con spagnoli e italiani, ma devo dire che apprezzo la naturale riservatezza e maldisposizione d'animo di questa gente (i britons, intendo).
Gente che è cortese e gentile fino alla nausea, ma che si incazza abbestia se non rispetti la loro etichetta: se salti la fila, tossisci senza coprirti la bocca, non ringrazi, non dici per favore, tutte quelle cose che la mamma si sforza di farti imparare quando sei piccino perché, presumibilmente, lei lo sapeva già che saresti finito a vivere a Londra.
Poi, dire che Londra è una città multietnica mica rende l'idea: ci sono interi quartieri popolati esclusivamente da giamaicani, o pachistani, o cinesi, o indiani, o neozelandesi. Noi siamo a Kilburn, che è un po' una fotografia (in piccolo) della natura variegata di Londra, visto che ci sono facce di tutti i colori.
Alle macchine che vengono da sinistra mi sono abituato abbastanza in fretta, oltretutto ci sono queste scritte sull'asfalto (LOOK LEFT, LOOK RIGHT) che ti aiutano ad abituarti piuttosto in fretta. Quello che invece ancora mi sorprende è quando sbircio dentro le macchine e vedo che il posto del guidatore è dalla parte sbagliata. Per un attimo penso (sempre!) che siano auto fantasma condotte da spiriti vendicativi.
I trasporti costano TANTISSIMO: un biglietto ordinario della metro costa 4 pounds (4,67 Euro); una corsa in autobus 2,20 pounds (2,57 euro), e quando scendi non puoi usarlo più. L'unico modo per salvare un po' di soldi è prendersi la Oyster Card, che è una tessera magnetica che puoi usare in due modi: o come una ricaricabile, caricandoci sopra qualche pounds e spendendoli per i viaggi (in questo modo la metro ti costa 1,90 pounds, e l'autobus 1,20, e comunque non ti vengono detratti più di 8 pounds al giorno), oppure ci carichi sopra un abbonamento giornaliero, settimanale, mensile o annuale. Spendi comunque un botto, ma fa meno male.
Mi manca l'Italia? Per niente: gli italiani sono ovunque, e i giornali british ogni giorno se ne escono con qualche articolo ridacchiarello su B. e i suoi scandali. Mercoledì ho fatto ridere la mia insegnante di lingua scrivendo una intervista immaginaria a B., seduto in mutande sul letto circondato dalle sue ragazze.
A proposito di italiani: due settimane fa sul 98 abbiamo orecchiato una conversazione tra una pugliese trapiantata a Londra e una sua amica che è venuta a trovarla. Questa non si capacitava del fatto che i britons non mangiano pasta tutti i giorni, e non capiva cosa potessero mangiare: personalmente apprezzo molto, ma molto il bacon, il sidro e tutte le porcherie precotte che trovo da Sainsbury's, mentre la pizza proprio non si può mangiare (in questo momento mi sento molto "italiano all'estero che parla di come si mangia bene in Italia", ma è vero, mi manca la pasta al pesto, che ce voi fà).
Mi mancano anche i fumetti. Sono stato da Forbidden Planet, ma proprio non è cosa: più che una fumetteria è un megastore di pupazzetti, maglietti e gadgets, ed è troppo emotivamente arido perché possa apprezzarlo.
A Londra c'ero stato dieci anni fa con Giangi, ero più giovane e deprimibile, facile agli entusiasmi così come alle delusioni. La Londra di oggi brilla di meno, forse, ma ha un sapore decisamente più gradevole.
Quando venite a trovarmi fatemi uno squillo, che andiamo al pub a farci una birra.

venerdì, dicembre 31, 2010

La linea d'ombra

Per quanto ne sapeva
il sole era lo stesso,
su tutti i paesi.

Per un po' - non so quanto - questo post sarà l'ultimo.
Intendiamoci: mica voglio chiudere il blog (sarebbe come condannare a morte un moribondo), ma mi trovo in una situazione particolare - che tra un attimo vi spiegherò - che mi impedirà di garantire aggiornamenti frequenti.
Quanto la fai lunga.
Giusto, certo, hai ragione, giusto. Insomma, domenica io e Elle lasciamo la tana che ci ha accolti e nascosti negli ultimi tre anni e ci trasferiamo per tre giorni ove la connessione non è disponibile. Scarichiamo mobili, scatole, libri e minutaglie e archiviamo il tutto.
Stai facendo tutta 'sta lagna perché starai tre giorni senza internet? Sei ufficialmente la persona più noiosa DEL MONDO.
Quindi, il cinque gennaio prendiamo un aeroplano (ho sempre dubbi su come si scrive: aeroplano? Aereoplano? Areoplano? E aeroporto? E connissicciata? Avrò mai una connissicciata? Ma soprattutto: cos'è una connissicciata?) (poche ore dopo, il post appariva come unico risultato alla ricerca "connissicciata" su Google, lasciando tutti i lettori col dubbio sul significato della parola in oggetto).
Insomma, prendiamo questo aeroplano e ci dirigiamo verso la perfida Albione, ove rimarremo per un periodo di tempo ancora non quantificabile, ma probabilmente, se tutto va bene, non inferiore ai due anni (Dio, è un'eternità. Come farò due anni senza bidet?).
Ora, io lo so che anche in UK esiste la connessione internet, e non è che laggiù le mie password saranno invalide. E' che probabilmente (ma poi chissà) non avrò - almeno all'inizio - tempo, voglia e testa per scrivere nuovi post.
Poi chissà, magari il Blog Ottuso si trasformerà in una sorta di diario dell'espatriato, e mi deriderete mentre vi racconto dei miei drammi senza bidet.
Insomma amici, oggi si chiude col 2010 e si inaugura un 2011 dalle grandi avventure. Auguratemi qualcosa di positivo, mentre mi imbarco verso le terre inesplorate e incivilizzate oltre la Manica, armato solo della mia arguzia e del mio bidet da viaggio.
Mi mancherete tutti, e io spero di mancare a voi.
Buon anno!

Ps: poi, oh, magari scrivo più di prima, che ne so come vanno le cose.

venerdì, dicembre 24, 2010

O è Natale tutti i giorni

Lo so che pensavate fossi morto, ma niente di tutto questo: ero solo caduto in un pozzo artesiano dove sono rimasto per tre settimane prima che al lavoro si accorgessero che mancavo.
Bòn, sta di fatto che mentre ero sul fondo del pozzo, buio ed umido, a riflettere su quanto quell'ambiente somigliasse a casa mia in termini di oscurità e umidità, sono stato contattato tramite piccione viaggiatore da gb (minuscolo) che mi ha chieste se, mentre che ero lì sul fondo, non mi venisse lo scrupolo di produrre qualcosa di consistente e profumato per Lacollanadellaregina (tutto attaccato). Io gli ho detto di sì e gli ho dato il mio prodotto, ma lui mi ha risposto che intendeva un racconto, e che gli accenni a consistenza e profumo erano puramente metaforici.
E allora io ho scritto questo.
Buon Natale a tutti!
PS: attenti ai pozzi artesiani, essi sono malvagi.

domenica, novembre 21, 2010

Venite all'Aquila - parte due

Il presidente inaugura le case, consegna le chiavi, sorride e scherza dicendo che ci verrebbe volentieri a stare lui, se potesse dedicarsi a vita contemplativa. Bruno Vespa e le telecamere lo seguono, lo accompagnano all'auto mentre la folla lo saluta. Trenta metri più in là, le ruspe sono ferme e spente per non disturbare.

Onna è un disastro a cielo aperto, la distruzione è totale: le abitazioni sono tutte distrutte o seriamente danneggiate. I morti sono 49 su un totale di poco più di 300 abitanti.
Una signora vestita di nero spazza le foglie secche davanti alla sua nuova casa. Ci dice che le case sono belle e ci si trova bene, c'è anche il giardino, ma le nostre case non ci sono più. Indica un punto al di là del cantiere che separa la nuova Onna dalla vecchia. Almeno noi siam rimasti vivi, e ricomincia a spazzare le foglie.
Per entrare nella zona rossa non servono i caschi protettivi; le recinzioni sono meno opprimenti di quelle dell'Aquila, e si capisce il perchè: tutto è distrutto, non c'è nessun rischio che ti cada una grondaia addosso. Ci accompagnano tre persone, credo siano della Pro loco di Onna, ma non sono sicuro, arrivo stordito e all'inizio non capisco le parole. Le case sono aperte come cadaveri in sala autopsie, ti mostrano l'intimità che conservavano. E' questa la pornografia? Mostrare ciò che dovrebbe essere nascosto? Che ci faccio qui con la macchina fotografica in mano? Fotografo un frigorifero sventrato, un mobile rovesciato, due damigiane ricoperte di mattoni. Fotografo la carta da parati esposta al vento, le finestre che incorniciano il cielo, i termosifoni attaccati ai muri come piante d'edera, i televisori sfondati, gli attaccapanni, i citofoni. Su un cortile si affacciano i resti di una casa, le mattonelle del bagno ancora attaccate, rosa salmone, in alto lo scarico del water. il resto non c'è più. Avevo fatto una foto ad una bambola, ma non la ritrovo più.
I nostri accompagnatori ci portano in giro nel labirinto di strade tutte uguali che è diventata Onna. Quando crolla tutto, come fai coi punti di riferimento? Come ti orienti? Le ruspe scavano un sentiero tra le macerie, trovano una strada dove la strada dovrebbe esserci, togliamo le case e sotto dovrebbe, credo, esserci una via. Ricostruire i sentieri scavando.
Nel maggio del 1944 i tedeschi abbandonano la linea Gustav e si muovono verso nord. Mentre si ritirano, le SS entrano a Onna e uccidono 17 persone per una qualche rappresaglia.
Al confine tra le due Onna c'è un edificio in vetro e cemento armato; contiene un auditorium per le riunioni e diverse sale destinate alle associazioni cittadine. L'ha costruita l'ambasciata tedesca in Italia, non come simbolo di riparazione per la strage del '44, ma come gesto di aiuto. Ha le finestre grandi, ed è pieno di luce.

La new town ha strade larghe e piste ciclabili, giardini curati. I prefabbricati sono stati costruiti dalla Croce Rossa con il finanziamento della provincia di Trento, seguendo le indicazioni dei cittadini su come gestire gli spazi e l'assegnazione delle case, in modo da ricreare lo stesso vicinato di prima. I miei cugini hanno un campeggio a Firenze; non amano molto le tende, prediligono quelle che chiamano case mobili, dei prefabbricati su ruote. La new town mi ricorda il campeggio in modo inquietante. Le case, mi dicono, sono state donate al Comune. A Gennaio il Comune comincerà a chiedere il pagamento dell'affitto agli abitanti, perché non ce la fa più a pagare gli oneri di gestione. Mentre mi raccontano questo, si affianca un'auto. Si abbassa il finestrino e si affaccia un uomo che mi guarda la macchina fotografica. Chiama il nostro accompagnatore e gli dice che deve raccontare tutto, che quando torniamo a casa dobbiamo sapere tutto e dirlo a tutti, tutti devono sapere la verità. L'altro ride e lo saluta.

Villa Sant'Angelo è vicina ad Onna. Ci accompagna una ragazza sui vent'anni. Qui non andiamo alla new town, restiamo in piazza grande a guardare quel che resta: transenne e macerie. Il cielo è cupo, stormi d'uccelli volano sopra gli alberi, tre cani ci accompagnano per il paese, giocano nelle macerie, uno mi sa che si è fatto una specie di tana sotto le travi di una casa crollata, per ripararsi la notte. La ragazza - come si chiamava? - dice che i giovani non hanno più un posto dove ritrovarsi, usano una casetta di legno come punto di ritrovo la sera, per chiacchierare un po', bersi un the. Lo dice due o tre volte, bersi un the, come se fosse un gesto di pace tanto desiderato.

In autobus tengo la macchina fotografica in mano - non l'ho mai mollata, ma mi sembra che scotti. Scelgo la profondità di campo, regolo i tempi, fuoco manuale, funzione VR attivata, scelgo gli ASA, dimensione del file, esposizione, saturazione. Fotografo macerie. Fotografo cimiteri. A che serve?
Nel viaggio di ritorno Andrea ci passa una cosa da leggere. Io la passo a voi.

Venite all'Aquila.

Le foto di Onna e Villa Sant'Angelo
Il sito del comitato 3e32
Il blog di Miss Kappa

martedì, novembre 16, 2010

Venite all'Aquila - parte uno

Patrizia ci indica le transenne che bloccano l'accesso agli edifici ai lati di corso Vittorio Emanuele. Ha legato alle reti delle buste di plastica con dentro le foto dei negozi del centro ancora chiusi. Le ha stampate lei, con la sua stampante: la pioggia entra nelle buste e le cancella, portandosi via l'inchiostro. "Non sapevo che altro fare, la gente passa di qui, vede i palazzi ancora in piedi e pensa che i danni sono pochi. Non si accorge che i negozi sono tutti chiusi, che la città è deserta".
Più avanti un palazzo antico, con un grande portico chiuso da colonne; "qui ogni colonna era un punto di ritrovo. Si diceva ci vediamo alla colonna e ognuno sapeva quale era la sua. Ora sono inaccessibili. Lì" e indica un capannino in lamiera "c'era un'edicola. Su questa strada ce n'erano tre. Non avete idea di quanto fosse viva questa città".
Entrare all'Aquila non dà le dimensioni del disastro. La città ti accoglie offrendo dosi omeopatiche di rovine: una crepa su una facciata, qualche mattone caduto, una breccia che si affaccia sul buio di un appartamento. Forse in questo modo il disastro sembra meno incombente, se i danni li scopri lentamente. I palazzi del centro sono fasciati - come quando ti fratturi un osso - e scopri che le fasciature servono a tenerli insieme, a evitare che si spancino. Ci sono palazzi quasi senza danni, solo con qualche danno sul tetto. Ma il centro è inaccessibile, nella zona rossa non si possono fare lavori di ristrutturazione, quindi il buco nel tetto rimane. Così ci piove dentro, l'acqua infiltra i muri interni e quando arriva l'inverno - l'Aquila è una delle città più fredde d'Europa - l'acqua infiltrata si congela e spacca le mura, le case si rompono, gli edifici si spanciano.
Anche questi sono i danni del terremoto.
Prima di entrare nella zona rossa dobbiamo indossare i caschetti protettivi. Di fronte al prefabbricato dove ce li consegnano c'è un palazzo completamente ricoperto di ponteggi. Uno dei nostri accompagnatori ci dice che la Protezione Civile paga il noleggio di queste strutture a 18 euro a nodo. Guardo: sembrano milioni. Il noleggio viene pagato a una società di proprietà della Marcegaglia, mi dice, è stato messo su due giorni dopo il terremoto, ma non serve a niente: di là del muro non c'è niente, è crollato tutto.
Un cane ci accompagna nella zona rossa, sta con noi tutto il tempo. Non abbaia mai, non scodinzola, non ringhia, non ti viene incontro a prendersi le carezze. Cammina con noi, e basta.
Le strade si confondono, non distinguo più le piazze. Adesso, davanti al computer, apro Google Maps per capire che strade abbiamo percorso, e su Street View tutto è bloccato al prima del terremoto: le strade sono aperte, i palazzi interi, le persone entrano ed escono dalle case.
Non ci sono macerie all'Aquila: i palazzi - davvero - sono in piedi, molti edifici sono rimasti su. Ma sono tutti - tutti - danneggiati. Le porte sono aperte, mi affaccio a guardare nel buio e scopro sedie rotte coperte di polvere. Alzo gli occhi: le finestre sono chiuse dai ponteggi e dalle fasciature. La Protezione Civile ha lavorato bene, ci dice la gente ha messo in sicurezza le case e trovato una sistemazione a tutti - o quasi. La gestione dell'emergenza è stata buona, non c'è da lamentarsi, ma la gestione del post emergenza non c'è. L'Aquila è una città abbandonata e transennata, zona d'emergenza, disastrata, sottratta a ogni potere che non sia quello della PC: è possibile ricostruire l'Aquila? La Stefania Pezzopane dice che ha sentito degli esperti - non aquilani - dire che la ricostruzione della città è fuori discussione, è una questione troppo impegnativa e richiede uno sforzo che nessuno vuole fare. Ma chi si assume la responsabilità di dire "iniziamo la ricostruzione" o "abbandoniamo la città e ricostruiamola a tot chilometri"? Il governo? La PC? Il Comune? La Regione?
Quello che ti dà di più le dimensioni del disastro non è il vuoto dove dovrebbero esserci le case, o i frontoni delle chiese crollati, o i contanier per portare via le macerie: è il silenzio e l'abbandono. Prima c'erano cinquantamila persone, ora siamo noi e un cane. L'edera invade i giardini, ci sono dei panni stesi a un terrazzo, grigi e strappati; comincia a fare buio, e Marco mi indica una vetrina: è un ufficio delle Poste, dentro ci sono le luci accese. Probabilmente uno dei vigili del fuoco è entrato e poi ha dimenticato di spengerle, ma è inquietante, in una città di fantasmi. In mezzo alla strada c'è un grosso pezzo di cemento armato con delle tegole sopra. E' caduto dal condominio di fronte: il resto del tetto pende nel vuoto, attaccato a brandelli di ferro.
Quando restituiamo gli elmetti il vigile del fuoco li raccoglie spazientito, e ci dice che gli abbiamo fatto fare tardi. Elle offre una bottiglietta d'acqua a Patrizia che ha parlato tutto il pomeriggio. Qualcuno le chiede perché su una delle transenne ci sono degli straccetti verdi e neri. Sono i colori della città, uno straccetto per ogni morto del terremoto, non possiamo fare altri monumenti, ci dice.
In piazzetta, fuori dalla zona rossa, c'è un bar aperto. E' l'ora dell'aperitivo, e c'è un gruppo che suona. Alessio riconosce il tastierista e lo saluta, l'altro gli risponde con un sorriso sorpreso. L'Aquila è una città disabitata, ma gli aquilani ci vengono lo stesso il sabato sera, per fare due passi.
Anche se sono sfollati.

giovedì, ottobre 14, 2010

Mezza paginetta

Per una qualche strana ragione difficile da spiegare, quello che tutti, amici, parenti, semplici conoscenti, consideravano il "fidanzato storico" di Silvia non era quello con cui aveva avuto la relazione più lunga, o la più burrascosa o la più rumorosa. In genere quando si trovava a parlare di uno qualunque dei suoi ex, doveva sempre dedicare una buona parte della conversazione ad una introduzione di specifica, cercando di farne balenare il ricordo usando qualche caratteristica saliente che lo identificava univocamente: il compagno di scuola con la frangetta, l'egiziano del kebab, lo studente di archeologia di Bologna, il sardo, quello sposato con due figlie grandi, il maniaco dei piedi, lo spagnolo che la tradiva, quello noioso di Cremona, il tizio con un braccio solo.

Di Raul invece doveva solo dire il nome, che tutti e tutte improvvisamente capivano e ricordavano, e i loro volti si illuminavano di un sorriso. Perché ogni persona a cui lo presentava, in un modo o in un altro, se ne innamorava: la sua innocenza, l'innata simpatia, la disponibilità, la luminosa e calorosa semplicità dei suoi gesti, lo rendevano benvoluto in qualsiasi contesto. Le amiche di Silvia lo prendevano sottobraccio, senza però - strano a dirsi - desiderarlo, ma solo per il bisogno naturale di averlo vicino, e gli amici lo accoglievano nel loro gruppo, altrimenti ben chiuso, con una naturalezza che ti avrebbe stupito, se non fossi stato tu stesso vittima di quel sortilegio. Raul era l'amico ideale, il confidente di tutti, il (appunto) fidanzato storico di Silvia, quello che nessuno dimenticava.
Silvia era l'unica a vedere questa malìa? Era l'unica a non cadere vittima di questo sortilegio, l'unica immune alla luce di Raul? Raul le piaceva, certo, ma da qui a cedergli tutti i suoi amici ce ne correva. Raul le voleva bene, era sollecito ed attento, e non la deludeva mai anzi, a volte anticipava le sue idee e i suoi desideri.
Era perfetto.
E a dirla tutta, cominciava a starle un po' sul cazzo.

Così quando lui dovette trasferirsi per qualche mese a studiare a Toronto, a Silvia sembrò naturale cercare di conquistarsi un po' di spazio autonomo, e lo convinse (lei a lui) a trasformare la loro storia (che dopo dodici mesi stava per diventare una relazione) in un rapporto sospeso, da riprendere al suo ritorno (forse, aggiungeva Silvia nella sua mente).
Raul, a malincuore, accettò, e al momento di salire sull'aereo, la salutò piangendo. Silvia sorrideva e lo salutava raggiante, agitando il fazzoletto e dicendogli che era il solito esagerato.

Ora, dopo anni, ora che è di nuovo sola, ora che su Facebook scopre che Raul a Toronto ha una bambina di quasi cinque anni, ora che i suoi amici a volte non la richiamano quando li cerca, ora che tra poco deve uscire per andare a cena con i colleghi, ora Silvia si domanda che cos'era quella libertà che voleva conquistarsi allora, e come si rimuovono i ricordi dei fidanzati storici, qualunque cosa siano.

giovedì, ottobre 07, 2010

L'ultimo post

Miei amati.
Nella storia delle storie, giunge sempre il capitolo finale.
Questa settimana ho letto l'ultimo numero di Magico Vento, fumetto amato se mai ve ne furono. Tra gli snob di Slowcomix è lo sport dell'anno, quello di dileggiarmi per l'amor che nutro per questa forma di intrattenimento popolano, mi si chiedono giustificazioni, spiegazioni, motivazioni, e tutte l'altre cose che finiscono in -zioni. Ma come si fa, mi dico nelle notti insonni, spiegare un sentimento d'affetto sì radicato e profondo da non poter essere estratto, se non a costo di estirparmi il cuore?
Come si fa, a dare forma a qualcosa che forma non ha, ma è solo un moto oscuro nel profondo delle viscere? L'amor per quello che non è bello, non è affascinante, non è elegante, ma è vicino.

E come per Magico Vento, la fine della pista esiste per molte, molte altre cose.
Anche i blog.

Scrivere è un processo che richiede impegno, dedizione e cura.
E anche quando queste ci sono, può comunque succedere che manchi qualcos'altro.
Oppure, semplicemente, si è arrivati alla fine del racconto, alla conclusione, alla fine della pista.
Insomma, per non tirarla troppo in lungo, che poi mi commuovo...
...
...
... Giangi ha scritto l'ultimo post del Giustificato motivo (pare).
Eccolo qui!
Salutatelo con una visita e un commento, ma non troppi, che sennò poi mi si emoziona.

PS: Che avevate capito?

giovedì, settembre 30, 2010

Adoro i post celebrativi

Quattro anni scivolati in fretta e tu
mi piaci come sempre
forse anche di più

Ho messo in citazione una canzone dei Led Zeppelin di Raf perché Testadilegno Antonacci non ha mai scritto (o meglio, non sono interessato a sapere se lo ha fatto) dei versi potenzialmente utilizzabili per celebrare quattro anni di attività bloggante (quale può essere l'aggettivo giusto? Bloggativa? Bloggatrice? Blogastica? Blogofila? Non sempra una cosa brutta la blogofilia?).
Certo, magari prendendo una canzone a caso cercando tra la sterminata fogna produzione musicale di Testadilegno qualcosa avrei potuto trovare, ma la canzone dei Queen di Raf era più immediata, me la ricordavo meglio, perché purtroppo le cose brutte tendono ad entrare e non uscire mai più dalla mente, funziona anche con le immagini generate leggendo un testo, nel senso che se descrivo qualcosa voi tendete a visualizzarlo nella vostra mente, e più sarà una cosa brutta più sarà difficile abbandonarla, lo scoprirete anche voi quando leggerete Giuliano Ferrara nudo che si spalma del miele sull'addome peloso.
Visto?
Questo, questa graziosa e persistente immagine, era il mio regalo a voi amati lettori per avermi scoperto, seguito, abbandonato e scoperto di nuovo in questi quattro anni; rimanete sintonizzati, che di immagini come queste ve ne elargirò in abbondanza nei prossimi anni.
Perché vi amo.

PS: e pensare che se non era per Weltall, me ne scordavo pure, pensa come sto messo.

PPS: per aiutarvi a superare il difficile momento legato alla lettura di questo post (Raf, Antonacci e Ferrara, tutti insieme in poche righe), vi lascio con il sorriso di Walter Matthau.


PPPS: Giuliano Ferrara nudo che si spalma del miele sull'addome peloso.

domenica, settembre 19, 2010

Nel frattempo, sulla terra parallela 467...

Quest'estate, mentre attraverso la stazione ferroviaria, incrocio un ragazzo. Lo vedo dirigersi alla biglietteria del parcheggio sotterraneo e, ignorando il cartello NON VENDIAMO BIGLIETTI DEL TRENO, andare da un addetto e fare:
GIUOVINE: Un biglietto per Lucca.
ADDETTO: No.
GIUOVINE: Ma a me mi serve. Fammi un biglietto per Lucca.
ADDETTO: No.
GIUOVINE: Perché no?
ADDETTO: Devi andare alla stazione centrale per farti fare il biglietto.
GIUOVINE: Alla centrale? Ma ti pare una cosa normale? No te dimmi se ti pare una cosa normale, dimmelo. Ti pare una cosa normale che devo andare alla stazione centrale a fare un biglietto per Lucca? No, dimmi te. Dimmelo.
ADDETTO: Non te lo fo il biglietto per Lucca.
GIUOVINE: E' un paese di merda, siete della gente di merda, siete tutti prevenuti con me, ti pare una cosa normale?
ADDETTO (uscendo dalla guardiola): la finisci?
GIUOVINE: Lo vedi che fra me e te c'è disaccordo?
Non mi sto inventando niente, lo giuro, come non mi invento che poi il giovane si avvicina a una ragazza alla biglietteria automatica e fa:
GIUOVINE: Che m'aiuteresti a fare il biglietto.
RAGAZZA: Basta leggere le istruzioni.
GIUOVINE: Eh, ma mica è facile.

Stravolto dalle fatiche dell'estate, mi dirigo verso luoghi più ameni di Città Cupa. Così, sdraiato sul lettino a bordo piscina, il mio corpicino cosparso di crema solare che ha efficacemente attuato una protezione (sono più bianco che pria), mentre leggiucchio un Urania del 1976 comprato a un euro a una bancarella dell'usato, capto la seguente conversazione.
LUI (ventitreenne, abbronzato, capelli rasati a un cm, orologio d'acciaio al polso, costume D&G, tatuaggio tribale sulla spalla, voce arrochita dal fumo): Oh, bada chi ccè. Allora, icché ttu fai?
LEI (ventenne esile, capello biondo mechato, bikini giallo D&G, catenina d'oro, tatuaggetto tribale alla caviglia, voce arrochita dal fumo): Mah, son qui con la Vale, si piglia un po' di sole. O te?
LUI: Son con Damiano e i'Pala, siamo un po' a ripigliacci, ieri s'è fatto le cinque a i' Twiga, a bere moiiito (dice così).
LEI: Le cinque? O che siehe grulli? E vi fa male bere così.
LUI: Sta zitta, e divento un'arcolizzato se seguito a questa maniera, c'ho la donna la mi fa bere come un disperato.
LEI (improvvisamente intenerita): c'hai la ragazza?
LUI: Bah, l'è un'amica della ragazza de' Pala, di Bergamo, l'ho conosciuta, dopo du' ore la mi s'è attaccaha la un si staccaha più, a un certo punto la mi fa: oh, io piglio la pillola. Una la mi dice a questa maniera, un lo levo neanche se la si sposta. AHAHAHA!
LEI: Ahahaha (estasiata).
LUI: No, a parte le cazzate, ci si trova proprio bene, siamo dimorto in sintonia.
LEI: Davvero? Tipo?
LUI: Bah, ci garba le marche a tutt'eddue, Cavalli, Burberry, D&G, Luissvittòn, Prada, le cinture di Gucci, gl'ho regalaho la borsa di Fendi. Guarda, si va dimorto in sintonia.
LEI: Ganzo. Senti, ma tu ha detto che gli garba bere?
LUI: Bere?! Gli garba ma ribere (ride)! Ma lassù tutti, eh, moiiiito, grappa, birre in continuazione, lei l'è sempre a bere, anche se l'ha diciassettanni la beve più di me, la piglia quarche pasticca ogni tanto anche, ma più che artro la beve. Guarda, ierl'attro siamo andaaa a ballare, ho speso settanta euro pe' bere.
LEI: Dai. Ci si fa un birrino?
LUI: Vai.
Mi sanguinano le orecchie.

martedì, settembre 14, 2010

Intra coche y anden

Volare in Ryanair è un’esperienza didattica, nel senso che si impara sempre qualcosa. Siccome sono anni che ci viaggio (cominciai nel 2001, un volo della speranza verso Londra insieme a Giangi, che mi diceva che il motivo per cui i voli costavano poco era che gli aerei cadevano) oramai ho imparato talmente tanto che ho raggiungo la qualifica di docente – o guru, non ho ancora capito la differenza, ma non me ne guru (ahah, che sagoma).
Ma veniamo a noi.

IL CHECK-IN ONLINE
La Ryanair è una compagnia low-cost perché ha una politica low-budget o, come altri la definisce, da barboni. Per farti costare poco il biglietto devono ridurre i costi. Si tagliano i costi del personale di terra: via le biglietterie (si compra su infernet) e via il check-in. All’inizio pensi sia un vantaggio: non devi presentarti al check-in due ore prima del decollo, ma ti limiti a farlo on-line. Ne approfitti per dormire di più (tipo due ore). Ma cominciano i problemi: per fare il check-in hai una finestra temporale ben precisa, a ridosso del volo. Così qualche giorno prima ti metti lì buono buono davanti al tuo computerino a compilare tutti i form, quando ti viene chiesto il numero del passaporto.
Vai a cercarlo e non lo trovi.
Dopo quaranta minuti rinunci e usi la carta d’identità.
Che è scaduta.
Va be’, la patente.
Non è un documento valido.
Il passaporto, dai.
Non lo trovo.
Meglio cercare di nuovo.
Ho detto che non lo trovoooo, cosa sono, idiota?
Voglio litigare? Non c’è mica bisogno di offendere. E poi, guardo che mi devo dare una mossa, il check-in on line può essere effettuato in una finestra temporale ben precisa.
Si, fino a quattro ore prima del volo.
Esatto.
Mancano cinque giorni al decollo.
Appunto, diamoci una mossa, voglio?
Sono un idiota.
La vogliamo smettere di offendere?
Vado in Comune a rifare il documento.
Ahah, buona permanenza in Italia.

BAGAGLIO A MANO
All’inizio 10 kg ti sembrano un’esagerazione. “Dieci chili? E che devo portare, mattoni? Con un paio di magliette e due mutande sono a posto”. Un paio di magliette, due mutande, tre jeans, camicie, felpe, spazzolino, dentifricio, shampoo, ciabatte, scarpe di ricambio,il phon, un paio di libri, calzini, la macchina fotografica e gli indispensabili cerotti per la respirazione notturna dopo, capisci che dieci chili sono una misura ottimistica. Togli un paio di pantaloni e una felpa, scambi un libro con uno più piccolo, ti metti la nikon a tracolla e ripesi il tutto. Dieci chili e novecento. Lasci un paio di scarpe di ricambio. Dieci chili e duecento. Lasci il phon, ti asciugherai i capelli al sole. Nove chili e cinquecento. Ottimo, ci sta pure un Urania da comprare in aeroporto.
All’accettazione ti pesano lo zaino (tu sorridi compiaciuto). Poi lo misurano altezza larghezza profondità. “Signore, la sua borsa eccede le misure massime. Non possiamo lasciargliela portare in cabina, a meno che non ne riduca in qualche modo la larghezza”. Panico. Svuoti le tasche laterali (tra dieci minuti aprono l’imbarco), togli le cose che c’hai stipato cercando di usare discrezione (ti cadono sul pavimento, tutti scoprono che compri le mutande alla coop), le sposti nella tasca superiore. Hai riempito lo zaino con metodicità da giocatore di tetris, adesso strappi fuori le camicie con la furia del disperato e le sposti altrove appallandole. Ti restano fuori due magliette. Fanculo, pensi, tanto sono vecchie, e le butti nella monnezza. Misuri lo zaino e adesso va bene. Vai all’imbarco, ti passano il bagaglio nello scanner. Quando esce arriva una ragazzina in divisa e prende il sacchettino dove hai messo i liquidi. Tira fuori la bottiglietta di shampoo e la butta nella monnezza.
“Guardi che non si possono portare a bordo liquidi superiori a…”
“L’AVEVO DIMENTICAAARRR!!!”
Va be’, tanto non avevo nemmeno il phon.

SALIRE A BORDO
Passato l’imbarco (con le sempre cortesi hostess di terra di Ryanair, in perenne sindrome premestruale) scatta il pronti-via. Corri verso l’aereo con tutta la forza delle tue zampine, per riuscire a salire a bordo prima della vecchia davanti a te.
Ok, la vecchia è andata, cerca però di salire prima del tizio con le stampelle. Quanto può andare veloce uno con le stampelle?
Va bene, lasciamo perdere. Il bradipo, supera il bradipo almeno!
Come era lecito aspettarsi, sali a bordo per ultimo, quindi non ti tocca il posto al finestrino, né il posto sul corridoio, ma il posto centrale. Tra due ciccioni sudati. Che odorano di soffritto di cipolla. E che non smetteranno un attimo di parlarsi tra di loro, sputacchiando da orribili fessure tra i denti (avevo menzionato i denti gialli?). Ma tu resisterai, cercando di dormire. O almeno, ci proverai fino al momento in cui il tuo vicino di sinistra si toglierà le scarpe, subito imitato da quello di destra. Come è lecito aspettarsi, nessuno di loro indossa i calzini.

LA POLITICA DI BORDO RIGUARDO L’ACQUISTO COMPULSIVO
Una cosa che mi stupisce ogni volta di più dei voli Ryanair è l’insopprimibile capacità del management di Dublino di inventarsi sempre nuove fonti di approvvigionamento di vil danaro.
Cose che puoi acquistare a bordo di un volo Ryanair:
- panini caldi
- panini freddi
- panini tiepidi
- toast
- frutta fresca
- caffè
- thè
- succo di frutta (arancia, pesca, pera, ananas, tamarindo)
- patatine fritte
- cioccolata calda
- chili con carne
- trippa
- chili con trippa
- frutta calda
- macedonia di panini
- lassativi
- un modellino giocattolo dell’aereo sul quale stai volando, che se guardi dentro i finestrini puoi vedere te stesso stretto tra due ciccioni scalzi mentre le hostess ti suggeriscono di comprare un modellino dell’aereo sul quale stai volando, che se guardi dentro puoi vedere te stesso che ti mandi affanculo.
- biglietti dell’autobus per raggiungere la città nella quale stai atterrando.
Questa è una finezza: “ecco il suo biglietto per Londra. In realtà la lasceremo a circa trecento chilometri dalla periferia di Manchester, ma può prendere il nostro autobus per raggiungere la sua destinazione”. Un’ora di volo, tre ore di autobus . Adoro la Ryanair.
- gratta e vinci. Non sto scherzando.

ATTERRARE CON RYANAIR
Fino a due settimane fa credevo che l’unica (e sottolineo l’unica) cosa più ridicola delle hostess e degli steward che ballettano goffamente per spiegarti dove sono le uscite di emergenza e come si gonfia un safety vest (a proposito, ancora non ho capito 1 – dove si trova 2 – come si gonfia 3 – che me ne faccio se precipito su una montagna), dicevo, l’unica cosa più ridicola fosse l’applauso alla fine dell’atterraggio. Bene, alla fine dell’atterraggio, un attimo prima che la signora pesantemente truccata della terza fila inizi a battere le mani al pilota, parte un jingle musicale che festeggia l’atterraggio. Grazie Ryanair, per avere aggiunto ancora più motivi di imbarazzo a questo già imbarazzante viaggio.

PROSSIMAMENTE
- Quello che dicono veramente i foglietti di istruzioni per la sicurezza sugli aerei Ryanair.
- Le grandi domande: ma se uno ha il mal d’aereo, il sacchetto per il vomito se lo deve portare da casa?
- Fare pipì durante un vuoto d’aria: questa suoi miei pantaloni è solo acqua.

venerdì, agosto 20, 2010

Il mondo, dopo la fine del mondo

Probabilmente esiste solo nella mia testa una comunità di lettori affezionati che si domanda quotidianamente la causa della spaventevole carenza di contenuti aggiornati qui, sul blog.
E altrettanto probabilmente quei pochi si saranno convinti che il problema risieda nella scarsa vena del suo autore, o in una stanchezza diffusa relativa al generare contenuto interessante (se mai se ne è generato), oppure, magari, nell'intuizione di un desiderio, anche troppe volte espresso, di chiudere baracca e andare a pescare (non so pescare).
Forse per chiarire bisognerebbe andare di nuovo (ignoro quanti l'abbiano mai fatto) a ripescare quel primo post, nel quale dicevo che mi ero fatto il blog perché mi annoiavo. Il che era, fuor di metafora, vero.
Il fatto è che il blog nasce come sfogatoio, non a una creatività inespressa (sì, anche a quella, ma non principalmente), quanto a una deboscia umana incontrollabile: lavoro noioso, ripetitivo, con ampie pause di inattività. Scarsa interazione con i colleghi, ambiente deprimente, caffè pessimo: tutto contribuiva ad alimentare le inesauste fucine della creatività elettronica, e a trasformare l'evento di una giornata (il volo radente di una mosca impazzita, tipo) in una scoppiettante profuzione di battute e matte, matte risate.
Una specie di riscatto dalla grigia realtà del burocrate, diremmo.
In effetti, funzionava.
...
Ora, però, le cose enno cambiate.
Non faccio più quel lavoro, faccio altre cose, in posti diversi, insieme a persone diverse.
Cose un filo più stimolanti.
E, nonostante tutto, più impegnative.
Così finisce che lo sfogatoio della creatività segue altre strade, non sto più a guardare le crepe sul soffitto pensando che potrebbero diventare argomento di un post (per fortuna).
Poi.
Intendiamoci, il divertimento, la creatività, le uso ancora, non è che visto che il blog ha una paresi, allora anche il mio cervello ce l'ha.
Semplicemente, mi ci vuole più tempo, più convinzione.
...
Quando ero bambino ero un narratore instancabile. Ho realizzato intere saghe epiche utilizzando solo foglie, sassi e penne di gallina, con guerre, esplorazioni, quest, tutto il corollario dei giochi di ruolo (senza peraltro sapere cosa fosse un gioco di ruolo). Ero anche l'unico ascoltatore, fra l'altro, mancando spesso compagni di gioco ai quali comunicare l'esito della guerra tra le zucche e le viti per il possesso delle torri centrali.
Scrivevo anche, tanto. Ma temo di non aver conservato niente, a parte quaderni di scuola che poca utilità rivestiranno per gli studiosi della mia persona.
Poi, per anni, sono scomparso, senza sapere dov'ero finito. Che facevo? Con chi ero? A chi raccontavo le epiche battaglie del quadrato? I miei playmobil mi aspettavano nel sottotetto, ne sono certo, confidando in un mio ritorno, senza immaginare che avessi di meglio da fare.
Chissà cosa.
Temo di essermi perso un sacco di avventure.

Se me la passate, ora vorrei fare una cosa un po' ridicola: vorrei ringraziare il blog, che mi ha ritrovato la voglia di raccontare storie, e raccontarle prima di tutto a me stesso. Mi ha detto che era finita, questa voglia, sotto un mobile, o in fondo a un cassetto, o in un vecchio baule: ogni volta me la racconta diversa, mi sorride e mi chiede un post.
E io gli sorrido di rimando, e ne scrivo uno, perché non so negargli niente.
E poi non mi costa nulla.

lunedì, luglio 05, 2010

Malkuth

Se nessuno me lo domanda, lo so.
Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più.

Oggi pomeriggio ho incontrato Urakidany.
E' rientrato dal Jap la settimana scorsa, e per una serie mi ragioni che non sto ad argomentare non ci eravamo ancora incontrati, abbiamo rimediato oggi.
Ci siamo visti con praticamente i membri fondanti della nostra vecchia compagnia, gente che non vedevo da (quanto?) cinque-sei anni, e sembrava ieri, l'ultima volta che ci eravamo salutati.
Mau mi accoglie dicendo che c'è bisogno che qualcuno torni dal Jap, per potermi vedere, e Matteone mi stritola nel solito modo di sempre.
Ho avuto l'impressione che il tempo non fosse passato mai, e la sera in cui ci siamo salutati con un "ci sentiamo domani" durato sei anni, non fosse così lontana.
Urakidany, lo sapete, ha un figlio, e Matteone anche, e Mau due, e se Gabo non ne ha è solo perché non ne è convinto.
Stavamo insieme, in quell'epoche tempestose, per sorreggerci a vicenda, impedirci di cadere contro venti troppo forti. Di più: con la nostra amicizia ad intermittenza cercavamo di darci forma, come creta molle, dicendoci che non eravamo troppo sbagliati, e adesso lo riconosco, che non eravamo troppo sbagliati, e quel desiderio di abbracciarvi, amici miei, è solo per testimoniare che esistete, che non siete ragazzi immaginari, ma solidi e piantati in terra come alberi frondosi, dalle radici solide.
Questo passato che non passa io lo amo ancora, vederli invecchiati mi rende felice perché mi dice che se tutto passa e cambia, lo fa con la grazia che si deve alle cose fragili.

martedì, giugno 29, 2010

Er Manesse

Com'è come non è, io ogni volta che vado a Firenze pesto una merda.
Non quelle metaforiche, sia chiaro, che per quelle non c'ho bisogno di andare a Firenze, basta aprire bocca.
E invece a Firenze, per qualche caso del destino che non capisco, ogni volta che ci vado finisce che pesto un escremento (non metaforico). Ora, cosa questo significhi, è al di là della mia comprensione (ma d'altra parte, innumerevoli sono le cose al di là della mia compresione, tipo: perché le unghie delle mani crescono più velocemente di quelle dei piedi, che quelle delle mani le devo tagliare ogni dieci-dodici-quindici giorni, e quelle dei piedi non lo so, ogni volta il ricordo si cancella, quindi mi sa che arriva dal limbo degli eoni e non raggiunge il presente).
Con questo discorso sulle deiezioni che si concretizzano sotto la suola delle mie scarpe (per fortuna sono povero e le mie scarpe hanno sempre il battistrada consumato, sennò sai che disastro) (ad ogni modo non così povero da avere le suole bucate, sennò sai che tragedia), con questo discorso, dicevo, non voglio certo dire che la Città Cupa sia pulita: au contraire! Tanto che ieri uno dei (chiamiamoli così) vicini ha attaccato un foglio al muro di casa sua con scritto qualcosa tipo che al prossimo che gli lascia il sacchetto del rusco sotto la sua porta ci fa sparare.
Ora, la forma del messaggio può essere discutibile, ma il contenuto è certamente centrato, tanto che pure io avevo preparato un messaggio minaccioso e velatamente razzista contro "qualcuno" che lascia i sacchetti dell'indifferenziato sul marciapiedi, ma Elle me l'ha editato in un più politicamente corretto QUESTA NON E' UNA DISCARICA, che meno lascia all'immaginazione ma certo giova ai rapporti di buon (chiamiamolo così) vicinato.
(Ma tanto lo so che sei te che lasci il sacchetto, vecchia ciabatta. Se ti ci becco ti sfrangio, giuro)
Poi, il fatto che qualcuno abbia scritto a penna peccato sotto il mio QUESTA NON E' UNA DISCARICA, mi lascia perplesso, ma pare che la perplessità sia una caratteristica degli spiriti sapienti, quindi l'abbozzo lì.
Insomma, Città Cupa è sporca, razzista, violenta, aggressiva, proto-fascista e pseudo-comunista, insopportabile, culturalmente inetta e calda in maniera insopportabile, MA almeno non pesto una merda di cane ogni volta che faccio due passi.
O perlomeno, non quelle metaforiche.

mercoledì, giugno 16, 2010

E' MIA LA MAMMA!

E al dolce suono delle vuvuzela ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ
ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ
ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ
ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ si desta l'orgoglio della nazione.
A me i mondiali piacciono, perché è l'occasione per vedersi queste partite tipo Cipro-Sandokan, se mai Cipro e Sandokan fossero riuscite ad arrivare alla fase finale dei mondiali. E' un po' il mio sogno vedere giocare Cipro e Sandokan, e Cipro che vince con un rigore al 95° per fallo sul quarto uomo.
Ma ahimé.
La cosa che maggiormente apprezzo del calcio è l'idea che ventidue miliardari si sentano orgogliosi di correre in mutande su un prato, mentre sugli spalti migliaia di persone li insultano. E' un gioco meraviglioso, il golf.
Però sia ingiusto il pregiudizio che li vede come dei subumani arroganti e viziati incapaci di esprimersi che soffrono se ascoltano parole troppo lunghe. Sono creature del loro tempo, e siccome viviamo in un tempo di merda, finisce che, lo sapete.
Ma parliamo della nazionale. Lippi si è incaponito nel voler convocare mezza Juve - Alessio dice che lo fa perché a settembre lo chiamano a fare il general manager, e allora li vuole valorizzare per venderli meglio, tipo i prosciutti, ma meno scattanti. La conseguenza è che ti ritrovi a vedere in campo il reparto geriatrico dell'ospedale delle Molinette: il codino alopecico di Camoranesi, la lombosciatalgia di Cannavaro, la dentiera di Zambrotta. C'è anche un giovane della Juve, Marchisio, ma Lippi l'ha convocato perché pensava fosse Antonio Conte.
Intanto Antonio Cassano, il celebre antropomorfo di Bari vecchia, sta a casa augurando ogni male alla spedizione azzurra. Me lo immagino sul divano, a guardare le partite, mentre insulta Lippi. Poi si mangia una banana.

Ma sto facendo lo splendido: io i mondiali non li guardo. Non ce l'ho la televisione, ricordate? Ah ah, me la godo, ah ah, e chi se ne frega se mi perdo Cipro-Sandokan, tanto vincerà sandokan come al solito.
Però la partita con il Paraguay me la sono vista, e ho avuto un'epifania: quando è entrato Marchetti, il portiere di riserva, mi è sembrato che stesse uscendo Cannavaro. E ho pensato: guarda Lippi che furbone, ti gioca con due portieri, non me lo immaginavo così dadaista, vai che ora vinciamo, vai Lippi, vai, vai vai, adesso si che si gioca. E invece ha tolto Buffon che su era fatto male inciampando su un osso di formica e mi sono demoralizzato.

Sinceramente, come si fa a tifare Italia? Lippi, quel simpatico mattacchione, va in campo con un k-way della nazionale sopra la canottiera, ma si può? E i giocatori...Cannavaro, Buffon, Pazzini, Iaquianta, Criscito...fatemi un'endovena di cazzotti così svengo in fretta e non devo più soffrire. quindi, ho deciso: tifo Argentina.
Voglio dire, in panchina c'è Maradona. Maradona, dico. Maradona in giacca e cravatta. Col sigaro cubano. E la barba alla Fidel. Maradona. Quanti altri segni del destino vi servono, porca miseria, perché vi convertiate alla vera fede?

giovedì, giugno 03, 2010

Brucia, mio cielo

A voi, amati lettori, vi garbano i post sulle chiavi di ricerca.
A me invece, che sono un fine esteta e non un parvenue, mi garbano i poster demotivazionali.
Allora, visto che dobbiamo convivere in questo spazio ristretto che è il mondo, perché non cominciare a unire le nostre divergenze?
Eh?
No, non rispondete, tanto non mi interessa davvero la vostra opinione, era solo una domanda retorica.
Quindi ho creato per voi i Poster Ottusi, ovvero la risposta alle chiavi di ricerca in un pratico supporto demotivazionale!
(legenda: il testo grosso è la chiave di ricerca, quello piccino il mio arguto - ahi quanto! - commento alla medesima ricerca)
Enjoy!