mercoledì, gennaio 17, 2007

Arbeit macht...

Premetto alcune cose:

1 - sono stanco, è tardi, sono ancora in ufficio, non ho voglia di pensare nè tantomeno di addentrarmi troppo in questioni complesse;
2 - volevo parlare di tutt'altro, iniziare una nuova rubrica intitolata Separati alla nascita e dedicarla alle somiglianze tra persone molto diverse, tipo io e Sean Penn o Umberto Bossi e Massimo Moratti (questa me l'ha suggerita Elle e io, pur perplesso, mi adeguo). La rubrica si farà, ma non oggi.
Premesso questo, voglio un po' sfogarmi a proposito di un fatto: io ho trent'anni, sono laureato, ma ancora non ho idea di cosa sia un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Non fraintendetemi, in fondo questa situazione da co.co.co mi va pure bene, e il mio lavoro non è male, questo non è un discorso personale, è solo che mi guardo intorno e vedo situazioni da paura. I miei amici sono quasi tutti disoccupati o precari, con lavori a termine o contratti misteriosi. Chi ha un contratto vero deve (DEVE) farsi ore e ore di straordinari a settimana - retribuiti, ci mancherebbe, ma mica volontari - oppure se l'è dovuto andare a cercare a centinaia di chilometri da casa. La cosa straordinaria è che questa non è un'area in ritardo di sviluppo, come le chiama la UE, ma una delle città più grandi e ricche d'Italia, sborona quanto vuoi e per niente modesta (questa settimana pare che siano state acquistate tre Ferrari, mi pare).
Però si sta generando una generazione di disoccupati, precari, arrabattati, che trovano lavoro per segnalazioni di parenti o amici, senza prospettive di crescita, senza possibilità di tranquillità, e che accettano tutto questo come naturale. Ho amici ricercatori - intelligenti, porca miseria, ma tanto! - senza assegno di ricerca, amici con contratti rinnovati ogni tre mesi, altri amici pagati a nero per lavori che fanno fatturare decine di migliaia di euro al loro capo. Dove lavoravo prima venivo pagato con soldi della Comunità Europea (niente di strano, era un'agenzia della UE), ma ci venivano concessi stipendi da fame perchè i neolaureati "devono fare gavetta". I miei ex-colleghi stanno lavorando senza contratto, perchè il direttore non ha ancora presentato loro il rinnovo, e intanto non li paga da più di un mese.
Contratti a progetto usati per pagare meno tasse, schiavismo spacciato per collaborazione esterna...a un colloquio di lavoro mi fu detto (era una grande azienda!): "noi, per principio, non assumiamo mai nessuno. Lei si faccia la partita Iva e ne riparliamo".
Uno mica pretende di diventare ricco in una settimana senza lavorare, sappiamo tutti che bisogna lavorare e farsi un mazzo così. Ma non essere presi per il culo mi sembra qualcosa di dovuto.
Ad un certo punto ci hanno detto che non esistevano più i diritti sindacali, e che se volevamo lavorare dovevamo accettare il nuovo modello di sviluppo. Ma quale sviluppo? Quale modello? Schiavi del call-center che guadagnano in base ai contratti che stipulano? Lavoratori a chiamata che aspettano accanto al telefono che qualcuno li chiami?
Quando è stato che abbiamo finito per accettare tutto questo come naturale?
Quando ci siamo dimenticati il piacere di lavorare?

6 commenti:

me ha detto...

Ciao Accakappa, purtroppo parli di un'argomento molto difficile oggi, di un qualcosa che sta secondo me incosciamente minando la tranquillità e la capacità di fare progetti di noi giovani. Un tempo si cercava un lavoro e male che andsse prima o poi lo trovavi, il problema era trovare un posto in cui ti trovavi a tuo agio, adesso invece si tratta di trovare un contratto a tempo indeterminato, ovunque esso sia, qualunque tipo di lavoro sia. Tutto ciò è un qualcosa di molto triste, non permette ai giovani di fare una minima programmazione del loro futuro, di sognare una famiglia tutta propria e di programmare una certa autonomia dai genitori...non è facile...ed è drammatico inoltre vedere che molti giovani non si accorgono che la politica, colei che dovrebbe capire queste problematiche e tentare di risolverle, con qualunque fazione sia essa schierata, non si impegna minimamente per cercare una via d'uscita, sembra quasi un argomento da non toccare...

Accakappa ha detto...

Perfettemente d'accordo con te sul fatto che il problema si risolve principalmente nella impossibilità di fare un qualche tipo di programmazione di medio-lungo periodo per un giovane (ormai pure i trentenni sono giovani...). Alla fin fine il problema è quello: se non ho la possibilità di accedere al credito perchè le banche non mi considerano come un sicuro solvente a causa del mio contratto, è chiaro che il mio lavoro non mi permette di vivere. Per quanto riguarda la politica invece non sono affatto d'accordo. Non c'è disinteresse o paura di affrontare certi argomenti: a partire dagli anni novanta c'è stato un costante e continuo agire politico volto ad allentare la presa sulle imprese...nuove modalità contrattuali, art.18, legge Biagi, tutte iniziative dirette a (ufficialmente) permettere il rilancio dell'impresa italiana. In realtà, il sistema non riparte, le imprese non investono e i lavoratori lo prendono nel boccino. E i sindacati? mi dirai. I sindacati difendono la categoria di iscritti più numerosa: i pensionati.
Lo sai che perchè i contributi INPS dei contratti a progetto abbiano validità a fini pensionistici devono durare almeno cinque anni? Tanto per dirne una...

me ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
me ha detto...

Ciao! Rieccomi! Per disinteresse della politica intendevo dire disinteresse nel sanare le problematiche dei lavoratori precari, sapendo magari togliere qualcosa alle imprese per dare ai lavoratori se fosse necessario...! Scusami ma mi ero spiegato male evidentemente...
Ciao!

Accakappa ha detto...

Figurati, sono io che sono Ottuso. Comunque ti ringrazio di queste tue riflessioni, e ad ogni modo sono convinto che in questo modo non può andare avanti per molto, insomma, sono fiducioso che tutto potrà sistemarsi (sono allegro stamattina!).
Ciao e alla prossima!

Anonimo ha detto...

beh caro cardo, come risponderti?
ho studiato il mercto del lavoro per un anno: aspetti normativi, economici, sociali, statistici...ciò fatto pure la tesi, ma la conclusione è sempre la stessa: i libri, gli studiosi riescono a dare un 'immagine abbastanza generalizzata sul precariato, ma per capirlo bisogna viverlo.
Direi che qui non siamo negli States, il sogno americano non è realizzabile; direi che si debba parlare di guado italiano come suggerisce un economista dell'IUE.
Bene prendere coscienza che la nostra generazione sarà quella che non avrà miglioramenti di benessere dal dopoguerra, ma non per questo è la generazione peggiore, anzi.
Cazzo siamo noi quelli che un giorno spaccheranno il culo e sai perchè, perchè avremo passato anni a fare conto con variabili economiche e sociali così avverse, ci saremo tirati fuori da situazioni così critiche che se saremo in grado di reagire a tutto ciò potremmo essere da esempio alle generazioni successive.
Io son dovuto scappare da una città fondamentalmente ricca ma ferma per andare in un metropoli in cui l'unica cosa che devi fare è correre. Le generazioni passate ci hanno lasciato un patrimonio di ideali e valori su cui secondo me ci siamo un pò accomodati, credo che ora sia il caso di muovere il culo. Che poi sia giusto o meno subire il precariato questo è un altro discorso coì come prendersela con gli statali o i baby pensionati...il fatto è che siamo immersi in un sistema che non permette di riflettere su cosa sia giusto o meno. Siamo pertanto davanti a un bel bivio: accettare tutto ciò: ed allora moviamo il culo; oppure rinnegarlo ed allora cambiare aria. Paradossalmente quella che dovrebbe essere la via migliore e cioè creare un nuovo modello economico e di welfare non è attuabile in 1, o 10 anni, quindi l'unica cosa che ci rimane da fare è correre il più veloce possibile in modo che i nostri figli possano asciugarci il sudore e non commettre gli errori dei nostri padri.
chiaro, non voglio sparare a zero su chi ci ha tirato su e ci ha supportato in tutto e per tutto, ma evidentemente la classe dirigente dagli anni 70 ad oggi si è fatta portavoce di interessi esclusivi e nel momento in cui ogni 5 anni si andava alle urne la scelta non credo sia stata dettata da interessi collettivi lungimiranti.
Oggi non sono + precario (ho solo attacchi di panico e crisi continue nel momento in cui mi fermo) non ce l'ho con qualcuno se non con me stesso perchè non sono in grado di uscire dal guado mentale in cui mi trovo. questo non è il risultato di un mercato del lavoro flessibile di cui ho assaporato le diverse fasi (disoccupazione,stage contr. termine), non solo almeno, è anche il frutto di un nido di comodità e senso di media appagatezza su cui mi sono appoggiato e di cui mi saziavo.
giangi