venerdì, ottobre 31, 2008

Nuoce abbastanza alla salute

Mi dice coso che si sente che sono in periodo di stanca creativa, che non coso, scrivo, più come prima, che sembra che non c'ho più tanta voglia.
Vero.
Perchè mi manca la cosa, la voglia di mettermi a faticare un poco.
Però son bravo io a scrivere, io so scrivere meglio di così, se volessi, potrei cosare un nuovo Guerra e Pace. Ma perchè dovrei farlo? Ce già quello vecchio.
Bòn.
Tutto questo per:
1 - lamentarmi;
2 - rispondere alle vostre lamentele che qui non ci si diverte più come prima;
3 - mostrarvi il nuovo rutilante leiaut del blog (anche agli abbonati, plìs);
4 - avvertire il gentile pubblico che domenica sarò, splendido, in quel di Lucca, a fare bella mostra di me per le vie, e a bullarmi con gli autori del fumetto indipendente (e mainstream) (mica ti offendi, vero, capitano?).
Chi volesse vedermi, tangermi o farsi ritrarre in pose plastiche accanto a me con le macchinette usa-e-getta della Kodak, mi scrivesse a blogottusoCHIOCCIOLAgmail.com e io ci dò il mio numero di talefono, che poi ci mandiamo i messaggini e le telefonatine e gli MMS e gli squillini per dirci "ti penso".
Vi odio tutti.
PS: CHIOCCIOLA sta per @. No, per dire.
PSS: a Lucca ci stanno i calendari. ACCATTATEVILLI!

mercoledì, ottobre 29, 2008

La fiamma imperitura

Io ce l'ho, la soluzione politica.
Perchè è evidente a tutti, e lo è ormai da anni, che a sinistra, nella sinistra italiana, manca un leader vero.
Quello che ti convince, che ti trascina.
Un Obama, un Clinton. Il Blair dei primi anni, Zapatero, Berlinguer (o Berlìnguer?).
Quello che quando parla, te stai zitto, qualunque sia il tuo colore politico, perchè ti sembra che le sue parole trascendano la realtà, incorporino il tuo pensiero tutto, e ti illuminino la via.
La via della giustizia sociale, della democrazia, della pace.
Un puro, un giusto, un santo.
Non Veltroni.
Che pure è simpatico, eh, nessun dubbio, ma, dobbiamo infine ammetterlo, in quanto a carisma...
Ce ne ha di più Osvaldo Litelli.
Chi?
Appunto.
E allora io ce l'ho, la soluzione politica.
Perché è chiaro che il problema è il ricambio generazionale che non c'è, l'arrivo stanziale di carne fresca, nuovi cervelli, competenze nuove.
Mica puoi sempre fare a turni, scende Prodi sale D'Alema, scende D'alema sale Amato, scende Amato sale Rutelli, scende Rutelli sale Prodi, scende Prodi sale Veltroni (intanto Rutelli di corsa al pronto soccorso, perchè scendendo è inciampato su se stesso e s'è fatto male all'autostima).
No no no.
Gente nuova ci vuole, gente onesta, ci vogliono menti che non siano anchilosate dallo star sempre sedute sullo scranno parlamentare, coscienze ancora immacolate, ci vuole la voglia, la forza e l'entusiasmo di cambiare.
E allora io, lo ripeto, ce l'ho la soluzione politica.
Perchè non si tratta solo di svecchiare le facce, no, qui si tratta di tornare alle origini, tra la gente.
Ci vuole un leader che sappia cosa vuol dire lavorare, alzarsi la mattina presto, sbattersi, mantenere una famiglia, fare un lavoro che non è quello che hai sempre sognato, combattere per il rinnovo del contratto, stringere i denti, serrare i pugni, lottare.
Ci vuole un leader che sappia cosa voglia dire combattere, uno che abbia sentito l'amaro sapore dell'umiliazione, della sconfitta, uno che conosca il desiderio di riscatto, uno che sappia parlare alle persone perchè lui è uno di noi, uno del popolo, un uomo comune.
Un uomo come tanti.
E io ce l'ho, questo nome, la soluzione politica.
C'ho pensato tanto, e ho capito che il nuovo leader della sinistra deve essere in grado di evocare grandi sogni, ma anche di parlare del concreto, dei problemi delle persone.
Deve essere slegato dalle vecchie lobby di potere, un battitore libero.
Deve avere gli occhi dello squalo, una gran voglia di sbranare l'avversario, di vincere.
Deve essere anche un bell'uomo, 'che davanti alle telecamere non sembri una balla di cenci cascata da un camion.
Deve essere un volto familiare, rassicurante, gentile, amabile.
Deve essere abituato alle sconfitte e alle umiliazioni.
Deve conoscere bene i nostri avversari, Berlusconi, la Mediaset, il falso mondo delle televisioni commerciali.
Deve essere un compagno, uno di noi.
Signori, il mio candidato leader della sinistra.

C'ho anche pronto lo slogan:
VOTA PD, PERCHE' GIORGIO NON E' FELICE

giovedì, ottobre 23, 2008

Trovarci una morale

Qualche anno fa, quando ancora studiavo (ah ah) all'università, ero sempre povero.
Ma non povero da Caritas, povero che magari uscivo con gli amici e non potevo andare oltre la terza birra, perchè avevo il portafogli vuoto. E indubbiamente questo era triste.
Ora, io capisco che non sono notizie interessanti, tutti gli studenti universitari sono poveri (tranne certi che ho conosciuto, che il babbo pagava gli studi, le vacanze, la macchina, i vestiti, le feste. Come me, solo che io ero povero), dicevo, son notizie poco interessanti, perchè in effetti non dicono niente di nuovo, e lo diceva anche John Pulitzer, che un cane che morde un uomo non fa notizia, ma un uomo che morde un cane si (Uomo morde cane, ma gli restano i peli in bocca. "Non so cosa mi abbia preso" le parole dell'aggressore. "Bau bau" dichiara la vittima).
E allora, siccome mi ero stancato di essere sempre povero, mi trovai un lavoretto part-time, che, come tutti i lavoretti part-time degli studenti, era orribile.
No, non spalavo merda di elefante. Magari.
Ero un incaricato del recupero crediti.
In giacca e cravatta, andavo a casa dei clienti morosi di una multinazionale finanziaria e riscuotevo i soldi, maggiorati di spese e interessi.
Mi sento sporco.
-
Ma in realtà non era un brutto lavoro, se ignoro la realtà e mi immergo in un reame fantasioso dove tutti sono buoni.
Una cosa che succedeva spesso in quei tempi era non riuscire a trovare la casa dei debitori.
Tipo.
Ho un appuntamento alle 16.00 con la società Budino spa in via Sasuke 195/C. Con largo anticipo raggiungo via Sasuke, faccio per imboccarla e scopro che è un senso unico, e io sono dalla parte sbagliata. Poco male, svolto a destra, di nuovo a destra (ach, un altro senso unico! Che birichini), allora proseguo dritto, svolto a destra ed eccomi in via Sasuke. Mmh, che faccio, svolto a destra o a sinistra? Non vedo i numeri civici. Allora cerco un posto e parcheggio (a un chilometro, ovvio).
Eccomi qua su via Sasuke, devo raggiungere il numero 195/C. Questo è il...192.
Bene, dovrei essere vicino, ma sono dalla parte sbagliata della strada.
Attraverso.
Okay, questo portone è il civico numero...
3.
Respira lentamente.
A piedi, mi incammino, fa caldo (quando ero a piedi faceva SEMPRE caldo, e c'era SEMPRE il sole. Tranne quando nevicava). Dopo mezz'ora, mi avvicino al traguardo.
Civico 187.
Civico 189.
Civico 191.
Civico 193.
Civico 193/A.
Civico 193/B
Civico 193/B interno 1.
Respira Heike, respira.
Civico 195.
Civico 195/A.
Dai, ci siamo quasi.
Civico 195/B.
Civico 195/D.
...
Un attimo.
Torno indietro. 195/B. 195/D. Tra le due case un vicolo, che a malapena ci passa un gatto, ma non lo fa perchè non ha interesse ad andare oltre.
Qualcuno, sul muro, ha scritto a mano "la numerazione prosegue all'interno" e "attenzione, cane feroce" e "occhio alle merde".
Entro nel vicolo e trovo una piazzetta, mi avvicino a una casa e leggo il numero sulla porta.
195/B/bis.
Una vecchia, su un terrazzo, mi deride.
Io la insulto.
Lei mi rovescia un secchio in testa.
Spero sia acqua.
Dall'altra parte della piazzetta, si estende a perdita d'occhio il prato più grande che abbia mai visto, e, in fondo, piccina, una casa.
Mi incammino.
Dopo dieci minuti, un avvoltoio gentile mi fa scudo alla luce del sole, volteggiando sempre più basso sopra la mia testa.
Dopo venti minuti, gli avvoltoi sono due.
Dopo mezz'ora, interviene l'aviazione per disperdere lo stormo di avvoltoi che disturba la copertura radar.
Arrivo alla casina, sono le 16.05, mi avvicino alla porta e sento il mio corpo stranamente leggero (ho perso dieci chili). Leggo il numero civico sul muro.
195/C.
Piango dalla gioia, ripenso alla mia infanzia, alla mia adolescenza, a tutta la mia vita, e sento che il mio vissuto personale acquista un senso, e che il mondo è un meccanismo perfetto che n
C'è un bigliettino sulla porta.
LA DITTA BUDINO SPA SI E' TRASFERITA.
-
Per dire che a volte è meglio essere poveri.

lunedì, ottobre 20, 2008

E la luce fu


Amici.
Compagni.
Lettori fidati.
Abbonati.
Cosi.
Siamo giunti ad un importante annuncio. Rullino i cosi, lì, quelli tondi, dai, i tamburi, che oggi è il giorno del quale i nostri discendenti parleranno per lungo tempo, forse anche alcune settimane.
Si, perchè oggi viene alla luce ed emerge con forza un progetto a lungo cosato, come si dice, dai, quando la gallina sta sopra le ova, covato, bravo. Si, è con viva partecipazione che vi presento


“I Visionauti”


un progetto molto bello e importante che promuovo, nel mio piccolo, con grande gioia.
Cos'è i Visionauti? Rubo le parole al mio amico BP, consigliere dell'associazione in questione e ideatore del progetto stesso insieme al buon Niccolò Storai:
"in breve, i Visionauti sono 32 artisti italiani e stranieri che hanno realizzato, a scopo benefico, un calendario in 2 versioni per conto della sezione di Prato dell’Unione Nazionale Italiana Volontari pro Ciechi.

Al progetto, coordinato e diretto con passione e maestria dall'amico Niccolò Storai, hanno aderito, fra gli altri: Scott Morse, Ivo Milazzo (autori delle 2 copertine, che potete vedere in anteprima in cima al post), Miguel Ángel Martín, Leo Ortolani, Paolo Bacilieri, Aleksandar Zograf, Werther Dell’Edera, Massimo Bonfatti, Stefano Misesti, Massimo Giacon e Dave Taylor. Tutti nomi che credo non abbiano bisogno di presentazioni.
Le 2 versioni differiscono completamente l’una dall’altra e contengono ciascuna 15 disegni ed un racconto di Lorenzo Bartoli (tutto materiale inedito). I proventi della vendita serviranno interamente per continuare a garantire servizi utili ai portatori di handicap della vista.
Si può acquistare, al costo di 10 euro, nei seguenti modi:
- alla prossima Lucca Comics (30 ottobre-2 novembre, presso gli stand Double Shot, Leopoldo Bloom, Passenger Press, ReNoir, Tespi/Nicola Pesce e Tunuè)
- attraverso il catalogo Anteprima che presenterà il calendario nel numero di novembre;
- presso la fumetteria “Mondi Paralleli” di Prato (v. Ser Lapo Mazzei n° 26, tel. 0574-41903, e-mail mondi_paralleli@inwind.it);
- scrivendo all’indirizzo: visionauti@gmail.com.

Grazie a tutti quelli che vorranno contribuire!"

The Visionauti are 32 italian and foreign artists who realized, for a charitable aim, a calendar in two versions, for the account of the Prato section of the "Unione Nazionale Italiana Volontari pro Ciechi". Between them we remember: Scott Morse, Ivo Milazzo, Miguel Angel Martin, Leo Ortolani, Paolo Bacilieri, Aleksandar Zograf, Werther Dell’Edera, Massimo Bonfatti, Stefano Misesti, Massimo Giacon and Dave Taylor. The two versions are completely different one to the other and each one contains 15 drawings and a short story by Lorenzo Bartoli (everything is unpublished). The income deriving from the sales will be entirely used to continue to guarantee useful services for sight disabled people. You can buy the calendars for 10 E. each during the next Lucca Comics (30th october-2nd november at the stands Double Shot, Leopoldo Bloom, Passenger Press, ReNoir, Tespi/Nicola Pesce and Tunuè) or writing to: visionauti@gmail.com

Gente, non fatemi sfigurare, acquistate e diffondete la notizia! Cose c'è di meglio di un bel calendario, per allietare le vostre abitazioni?
Fate che Devil, il superoe non vedente, sia fiero di voi!
E anche io, su.

sabato, ottobre 18, 2008

Avalon

Io la penso come Sherlock Holmes, su una certa cosa. Che quando il dottor Watson lo conosce, si stupisce che una persona intelligente come lui non sappia nozioni elementari, tipo che il sistema solare è composto da nove pianeti, o che il parlamento britannico è diviso tra Camera dei Lord e Camera dei Comuni. Al che Holmes gli risponde dicendo (e anch'io lo penso) che secondo lui la mente umana non è un pozzo capace di assorbire nozioni all'infinito, ma, al contrario, più di tanta roba non c'entra, aivoglia a spingere. Quindi lui preferiva ricordarsi cose che gli servivano davvero, nozioni di chimica e criminologia e oppiacei, tipo, piuttosto che quelle robe inutili lì, quelle che diceva prima, mio caro Watson. E anzi, si impegnava a cancellarle dalla mente il prima possibile.
Ecco, anche io la penso così, che non posso stoccare informazioni all'infinito, che prima o poi mi scoppia il cranio, e anche se lo so che il cervello non funziona così, e infatti una volta ho letto una roba difficile difficile che mi aveva consigliato Giangi, e lì c'è scritto che il cervello immagazzina le nozioni come codici cifrati contenenti la propria stessa cifratura attraverso la rete neuronale, o una cosa così, e mica sono cassettini, i neuroni, dove te ci metti le cose come fogli scritti, no, mica è così.
Però son convinto che alla fine mi scoppia il cervello, e infatti io quella cosa difficile lì mica l'ho capita, facevo lo sborone, me la portavo in treno e facevo finta di leggerla e la gente mi fermava e mi faceva, ma lei che legge quelle robe difficili lì, senta un po', cosa devo fare per essere felice? oppure, è l'ora di investire in obbligazioni Sputo? oppure, sa mica che ore sono? e io mi sparavo le pose da intellettualone.
E quindi io penso che verrà un giorno in cui non riuscirò più a ricordare niente di nuovo, perchè il cranio sarà saturo, e non so come fare, perchè, non è che le cose che non faccio come Sherlock Holmes perchè i miei ricordi sono importanti, no, non faccio come lui perchè non so come si fa, 'che le cose che ricordo io son tutte cagate.
Io, se devo pensare al ricordo più inutile che ho, non so scegliere, tanta la spazzatura che conservo, ma ce n'è uno che mi inquieta, ed è (Dio abbia pietà della mia anima) una puntata di Forum, con Rita dalla Chiesa e il giudice Santi Licheri, ed era uno speciale natalizio, con dei bambini che denunciavano altri bambini, e c'era un bambino che citava in causa un coetaneo che durante una partita di calcetto aveva fatto l'arbitro e non aveva fischiato un fuorigioco. Il giudice ascolta le parti, si ritira per deliberare, poi ritorna e dice che ha ragione il bambino arbitro perchè, secondo il comma quarto dell'articolo sesto del codice di procedura di stacippa, nel calcetto il fuorigioco non esiste. Così è deciso, l'udienza è tolta, andate in pace.
Perchè qualcuno non viene qui e mi rimuove il cervello dal cranio?

giovedì, ottobre 16, 2008

Il demiurgo

Non bisogna essere disattenti, nelle cose che si fanno.
Occorre porre attenzione, una certa cura, onde evitare che errori, evitabili si, ma alquanto madornali, possano creare delle situazioni, o delle mancanze, che poi si ripercuotono per tanto tempo.
Ad esempio, tanto per non essere autoreferenziale (questa è una litote, cioè quella figura retorica di senso per cui dico una cosa negandone il contrario. Anzi no, aspetta, non ho negato il contrario. Per nulla. Fatemi riguardare un attimo. Mm. Proprio no. In effetti avrei dovuto dire qualcosa tipo sapete che non parlo mai di me. No. Nemmeno, questa è l'antifrasi (altra figura retorica per cui si usa un'espressione intendendo un significato opposto a quello proprio. Un momento, ma questa è una seconda parentesi? Sto usando una parentesi all'interno di una parentesi? Aspettate, provo a chiuderne una) Ecco fatto. Però mi è rimasta aperta la prima (in realtà la mia figura retorica preferita è è la simploche, che consiste nella combinazione di una anafora con una epifora (la prima indica la ripetizione di parti di...ma sto usando una parentesi all'interno di una parentesi all'interno di una parentesi?) Mi sto facendo prendere la mano) Adesso basta però) Altrimenti diventa una buffonata) OH NO! NE HO CHIUSA UNA DI TROPPO! E' terribile!
Ho commesso un errore a quale non è possibile porre rimedio! Dei, perchè mi maledite? AAAH!

lunedì, ottobre 13, 2008

Della difficoltà di generare contenuto interessante

Quando nacque, Ilario Spandiblatte non era ancora famoso, ma questo non lo fece recedere dalla sua decisione. Fermo e resoluto, nacque al mondo il sette aprile del 1856.
La madre, Irsicana Palafreni, era una celebre artista circense, conosciuta in tutto il mondo, in particolar modo in Romania, per il numero di acrobazia durante il quale eccetera eccetera. Fu proprio durante una di queste esibizioni che eccetera eccetera, e, incredibile! l'uomo che la afferrò al volo prima che andasse incontro a morte certa altri non era che lo czar di tutte le Russie. Ma questa è un'altra storia, e non gliene frega niente a nessuno.
Il padre, Peretto Termopilo Stalislacchio Spandiblatte, detto lo Scolo, era un abituè, o habitue, o abituas, o hibytou, delle più sordide baracche del porto di Lisbona, nelle quali si intratteneva con donne di malaffare, uomini di malaffare, oggetti di malaffare, il tutto sotto le mentite spoglie di ficus benjaminus. Dopo due mesi, notando che le foglie non ingiallivano e la pianta non moriva nonostante la corretta esposizione al sole, una giusta quantità d'acqua, aria pulita e salubre, gli avventori si avvidero che nella pianta risiedeva qualcosa di strano e malvagio, e la gettarono nel porto. Lo Scolo, annaspando nel metro e mezzo d'acqua del molo, rischiava di morire, quando, del tutto inaspettatamente, fu tratto in salvo dallo czar di tutte le Russie, che passava di lì.
E fu proprio tra le ampie braccia dello statista che i due giovani si conobbero e iniziarono a frequentarsi, scoprendo di avere in comune numerosi tratti caratteriali, non ultima la tendenza ad accumulare lo sporco sotto le unghie in appositi contenitori.
Dopo pochi mesi, i due fuggivano insieme.
Inseguiti dall'Ochrana, la polizia segreta zarista, Irsicana e Peretto attraversarono tutta l'Europa, fino a che non si ritrovarono, poveri, disperati e stremati dalla fame e dal freddo inverno polacco in, per l'appunto, Polacchia.
Qui la donna, ormai eccetera eccetera, senza alcun eccetera eccetera, diede alla luce il frutto del loro amore, colui che avrebbe redento i cuori di molti: Ilario Spandiblatte. Purtroppo il bimbo si ritrovò orfano ben presto, quando i genitori furono arrestati e condannati a morte attraverso un supplizio oggigiorno condannato da tutti i maggiori governi del mondo (tranne la Polacchia): la morte per garrota e Maurizio Costanzo.
Orfano e proprietario di nient'altro che due milioni di scatolette di sporco sotto le unghie, Ilario eccetera eccetera.
Ma anche questa è un'altra storia, eccetera eccetera.

venerdì, ottobre 10, 2008

Un giustificato motivo per (parte quindicesima)

Ritorna il mio amico Giangi (a-ehm, per evitare dubbi ed incomprensioni, NON è un mio pseudonimo. Io non sono così tanto di fòri), che ci tedia delizia con le cronache dei suoi viaggi in treno. Qualcuno si ricorda ancora di cosa stava parlando?
Io no.

Heike

E' un balzo, lento, interminabile, come un'assolo jazz di Jeff Beck, come una nota blues di Seteve Ray Vaughan, mi sento sospeso nel vuoto. Sto scendendo dal treno o sto approdando sulla Luna? Le luci del mondo disegno un paesaggio accecante, quasi lunare, fuori dal tempo e dallo spazio, mi sembra di essere stato per tutta una vita in un tunnel infinito, pieno di ricordi che di tanto in tanto accendevano una soffusa candela tra riflessioni fuligginose. Lascio il passato alle spalle, questa luce è così inebriante, intrigante, perchè non seguirla, perchè soffermarsi, il salto ormai è fatto, mi ancoro a intuizioni e spunti fraterni attingendo a quella quella massima che dice che nella vita ci son passi che si fanno solo in avanti, questo è uno di quelli, e allora via! valige incamminiamoci.
Pian piano il bagliore intorno a me si attenua, la stazione di Bologna comincia a delineare le sue infinite strade, come canali olandesi, sembrano tutte accessibili, possibili, pronte ad essere percorse. Impossibile abbracciarle tutte, solo una è quella corretta, ma proibitivo è cimentarsi in una scelta senza chiedere l'aiuto esterno di un tabellone ferroviario. Spero quest'ultimo sia meno crudele e spietato di quello incontrato a Milano. Questa volta pare non ci siano vincoli di tempo, quell'esigenza di dover fuggire dalla nebbia al più presto si è dissolta sulla banchine del binario 16 e 21 e lungo le rotaie di un tragitto senza deviazioni. La fame comincia ad assalirmi in maniera prepotente e implacabile, ma son troppo curioso di sapere dove mi porterà questa volta il destino, non resisto, cerco da qualche parte la scritta Prato. Eccola, mi appare subito, binario 3, ore 14:45.
Tiro un bel sospiro di sollievo, direi che ho un sacco di tempo, posso permettermi un pò di tranquillità finalmente, per poi magari perdermi nei sottoscala di questa stazione che comincia già a rimanermi simpatica. Neanche il tempo di crogiolarmi in questo stato di pre-ozio che volgo lo sguardo accanto alla spia luminosa del tabellone che indica i treni in partenza.
A caratteri cubitali è impresso il numero 14:28. Maledizione! Provo a stropicciarmi gli occhi, forse ho letto male, magari la stanchezza mi ha portato a visualizzare numeri a caso, non so, a fare operazioni di addizione o moltiplicazione tra loro.
Sgrano le pupille, ma il risultato non cambia, non c'è tregua mi dico, ed anche le valige accanto a me sembrano essere vittime di un innaturale stato di sconforto, afflosciandosi tra i miei piedi. Come fare a vincere il tempo, impossibile! Ogni strategia è vana, che fare quindi, arrendersi? rinunciare all'opportunità di giungere prima del tempo al traguardo finale, abbandonarsi appesantendo la banchina bolognese del triste binario undici. Soluzioni certo comode, morbide, ma prive di contenuto, scariche di motivazioni, dettate da un traghettatore di idee che prepotentemente offre il suo remo.
L'alternativa è correre strenuamente lasciandosi guidare dalla foga di arrivare, fuggire sguardi, odori, colori. A prendermi per mano stavolta è una dolce mano infuocata, che vorresti stringere per poi seguirla dolcemente, ma il suo calore se da un lato infiamma e ravviva pensieri ed emozioni, dall'altro acceca un percorso che ho deciso di intraprendere con serenità e che sulla schiuma di quest'onda voglio mantenere.
Ebbene si! ci risiamo, c'è sentore di paralisi, miele per il tempo che inesorabile continua nel suo countdown. Raccolgo le forze, agguanto le valige, interiorizzo il tempo, provo a dettare il rintocco delle lancette, ho un giustificato motivo per andare avanti ed è quello di sentirmi vivo, di guidarmi, lasciando che le mani siano libere di stringere serenamente i secondi che passano.
Giangi.

Nella foto: anziani alla fermata del treno.

lunedì, ottobre 06, 2008

Il Fuoco Sacro

Se ne vadano donne, bambini e individui dalla salute cagionevole o dall'immaginazione eccitabile.
Ora si fa sul serio.
Ora si parla di fumetti.
C'è un'opinione diffusa, quella che i fumetti siano un sottoprodotto della letteratura per l'infanzia, anzi, un succedaneo dei libri, un passatempo troppo piacevole per essere realmente educativo.
Ognuno ha le sue opinioni (anche se sappiamo benissimo, noi che i fumetti li leggiamo, che solo le persone migliori della società - qualunque società - sono in grado di leggere e apprezzare questa robaccia, questi giornalini).
Ognuno la pensa a modo suo (anche se chiunque pensi che il fumetto - come medium - per sua natura sia intrinsecamente inferiore ai libri, ecco, chiunque la pensi così è un mentecatto).
Ognuno è libero di vederla come vuole (anche se è chiaro che chiunque creda che il mezzo trascenda il messaggio e che i fumetti, per loro natura, non abbiano la minima possibilità di veicolare un contenuto minimamente paragonabile alla "cultura alta", ecco, ho perso il filo, la frase era troppo lunga, ma ci siamo capiti).
Qui io non voglio questionare sulla annosa questione se il fumetto è uno strumento o un linguaggio, e, a proposito di linguaggio, quanto e in quali forme questo sia proprio e non mutuato dalle altre arti.
A me frega niente, della teoria, perchè la mia è un'educazione sentimentale, i fumetti li leggo e li amo di pancia, e se non mi piacciono lo capisco, e so il perché, ma questo è un limite mio, non sarò mai un buon critico, io sono un lettore.
Mi chiamo Heike, e leggo fumetti.
(sigla)
Degli autori e della loro leggenda.
Il fumetto, in Italia, ha dei problemi. Ha dei problemi perché è soffocato da pochi editori, perché ha una distribuzione fallimentare, per colpa delle edicole, per colpa delle librerie, per colpa delle fumetterie, per colpa degli editori, per colpa degli autori, per colpa dei lettori, ci sono pochi lettori, ci sono troppe testate, la qualità è troppo bassa, la qualità è troppo alta, la qualità è troppo variegata, i lettori sono pigri, i lettori sono abitudinari, i lettori vogliono l'avventura, lo svago, l'impegno, l'approfondimento, gli autori pretendono troppo, gli autori si credono delle star, è un settore artigianale, è un mercato asfittico, c'è possibilità di crescere, c'è il rischio di chiudere, c'è la crisi economica, è colpa della Playstation, è colpa della televisione, è colpa dei telefonini, è colpa di internet, è colpa di Bonelli, è colpa degli spagnoli, è colpa di Lupoi, è colpa della Disney, abbiamo una grande novità, stay tuned!
Io il problema non lo so qual'è, non ho la visione d'insieme, il mio cervello funziona ancora a valvole e il processore è un 286, però, come dicevo, lo so quando qualcosa mi piace.
Ma soprattutto, so quando qualcosa NON mi piace.
L'idolatria è il peccato capitale degli italiani. Anche nel fumetto. A me, se devo pensare a persone famose, celebri, ammirate senza merito, vengono in mente certe superstar internazionali del fumetto (tipo Rob Liefeld, che Dio lo stramaledica), ma poi è qui, in questa piccola provincia dell'impero, che vivo. E, aldilà dei casi clinici come Claudio Castellini (poveruomo), ci sono due tizi che combinano, a una celebrità incomprensibile (e un'altrettanto incomprensibile attenzione da parte della stampa e della televisione) una tenace dedizione al brutto.
Il primo è Milo Manara.
Mi ricordo un articolo di FdC firmato Mauro Marcheselli che si intitolava "Manara: dal '68 al 69", e non era una rassegna antologica.
Non ho mai visto tanto talento scaricato nelle fogne del cattivo gusto (perchè, indubbiamente, questo è un uomo di talento, se disegnare SEMPRE la STESSA donna nuda è talento).
Ora illustra libri scritti da Valentino Rossi.
Ma non hai guadagnato abbastanza nella tua vita, Milo Manara?
-
Il secondo è (prima di scrivere questo nome ho disegnato a terra una stella cinque punte, ho acceso candele, sgozzato un capretto e invocato le potenze infernali. Spero possa bastare come protezione) Sergio Staino.
Io vorrei sapere chi è che gli ha detto che sapeva disegnare.
Qui (perchè si sappia di chi stiamo parlando) un esempio della qualità del suo lavoro.
Vabè, mi si dirà, è un opuscolo pubblicitario per un'iniziativa della Regione Toscana, magari non l'hanno neanche pagato, magari l'ha fatto come favore a Claudio Martini.
Emma porca miseria, se non c'hai voglia di farlo, un favore a Claudio Martini, non lo fare. Fallo fare qualcun'altro, che magari lavora meglio e lo pagano.
Questa roba fa schifo.
E sono queste le cose che sviliscono il fumetto, Manara che è considerato il più grande autore italiano e fa dei libri illeggibili, Staino che è acclamato autore assoluto e disegna col culo.
Staino, tanto per dirne una, nell'affaire Biani-Brunetta ha chiesto scusa al ministro, che in effetti, quella vignetta, è un po' offensiva...(complimenti direttore, per come difendi i tuoi collaboratori).
-
Tutto questo casino, e alla fine la cosa importante rimane in fondo, proprio, come lo zucchero sul fondo della tazzina (prima bevetevi l'amaro, merde): domenica Giorgio ha vinto il premio Romics 2008 come miglior libro italiano, mica ciospole.
Giorgio l'ho conosciuto, un pochino, è bravo, modesto e mi sembra molto in gamba. E il libro è bello, davvero (lo consiglio!).
Ed è il frutto di un lavoro serio, impegnativo, pieno.
E soprattutto sincero.
Queste son le cose che fanno stare bene.

Nella foto: il destino è quel che è, non c'è scampo più per me.

mercoledì, ottobre 01, 2008

Gli stranieri non capiscono - III

Torna Urakidany, e risponde a tutte le vostre domande sul Giappone, l'universo e tutto il resto, basta chiedere!

Io ho una domanda che potrebbe sembrare incredibilmente idiota. il fatto è che IO sono incredibilmente idiota, ergo la domanda: molte persone (spesso anche io, perchè vd. sopra) confondono elementi della cultura giapponese con altri della cultura cinese o di altri popoli dell'area. tipo: "chi è che ha inventato l'origami?" o "dov'è che stavano i samurai?". Ora, per i giapponesi è lo stesso? tipo vedono una baguette e dicono "wow, le squisite baguette napoletane!"(la domanda poteva anche essere formulata in questi termini: "Come considerano i giapponesi la cultura occidentale?" (gb)

In genere un occidentale non distingue un cinese da un giapponese o coreano perché gli sembrano tutti uguali, anche se poi, con l’abitudine, le differenze possono essere molto chiare. La cosa che forse stupirà un po’ è che, almeno i giapponesi, vedono in noi occidentali ancora meno differenze, e praticamente potrei fingere una nazionalità diversa a giorni alterni visto che nessuno se ne accorgerebbe. Qui i turchi fingono di essere italiani e gli africani di essere americani per sembrare più fighi, poi c’è chi come un’amica di mia moglie è stata fregata per 3 anni da un iraniano che si fingeva greco (era anche sposato, ma questa è un’altra storia).
Noi siamo solo gli abitanti dell’ “Estero” che è tutto uguale e si differenzia naturalmente dalla Cina, Corea, Filippine e soprattutto dal Giappone, il popolo eletto (eletti da se stessi) alla faccia degli ebrei.
Gli abitanti dell’estero sono i caucasici e i neri mentre gli asiatici, come i cinesi e tailandesi, sono per loro appunto cinesi e tailandesi. In poche parole: come noi quando vediamo un asiatico pensiamo subito che sia cinese, loro ti additano come straniero quando non sei un asiatico.
Si rivolgono a noi, esseri alieni, con domande e affermazioni del tipo:
“All’estero ci sono le quattro stagioni? E i ciliegi?”
“All’estero si mangia il pesce? Eh, ma sicuramente non è buono come in Giappone!”
“È vero che all’estero si usa tanto il burro per cucinare? Ecco perché sono tutti obesi.”
“All’estero c’è tanta criminalità… ah, come si sta bene in Giappone!”
“All’estero sono tutti cattolici”.
“È vero che all’estero…” (seguono varie domande inutili che cerco di dimenticare)
Se finora pensavate di essere italiani sappiate che siete solo “esteri”, abitanti del pianeta “Estero” molto più grande del pianeta Giappone per superficie, ma assolutamente inferiore per importanza. Io sono un gaijin qualunque che spesso viene schifato in treno o per la strada, e a volte ammirato e adulato solo per il fatto di essere straniero. Ma entrambe le cose sono fastidiosissime, perché assolutamente prive di coscienza. Se mi siedo in treno, gli anziani si spostano e per strada calcolano al millesimo il tempo del rutto o dello sputo per terra quando passo; i giovani invece, vista la loro enorme crisi di identità, vogliono sempre uscire con me, perché affascinati dal diverso (nel senso di nazionalità).
Al ristorante mi chiedono se ho problemi con la carne di maiale, oppure le colleghe di mia moglie dicono che sono figo senza avermi visto neanche una volta.
Siamo desiderati come sfondo della loro vita, dove tutti sono giapponesi e gli stranieri sono degli addobbi, come nei loro telefilm, dove alcuni miei amici fanno da comparse creando la cornice che racchiude i loro beniamini (dal discutibilissimo fascino e bravura).
Fanno poi una confusione incredibile e mischiano tutto, dagli ingredienti di un piatto, modificato a loro piacimento, alla religione. Per il matrimonio, ad esempio, vogliono a tutti i costi la cerimonia cattolica perché bella e quindi nello stesso giorno vanno al tempio con il vestito tradizionale e poi si cambiano e senza nessun rispetto vanno in chiesa con l’abito bianco (è spesso vestito di bianco anche lo sposo, uno spettacolo inguardabile). Naturalmente la chiesa è finta e pure il prete; un mio amico purtroppo lo fa per lavoro, ma loro non dubitano minimamente che tutto sia fasullo, l’importante è l’ambiente kitsch e il prete straniero, per fare appunto da cornice al loro lieto evento perché di lieto avranno solo quello. Partecipano a messe in inglese tanto nessuno capisce niente; e neanche si alzano quando dovrebbero, perché ignoranti non solo dal punto di vista linguistico, ma anche culturale.
Un mio studente anziano voleva fare un pellegrinaggio a Santiago de Compostela e mi chiedeva come fare a diventare cristiano per un periodo di 2 mesi. Voleva assaporare appieno l’esperienza cattolica per quell’occasione e quando l’ho informato che non esiste una “member’s card” e che bisogna solo credere in Dio, mi ha detto che la nostra è una religione noiosa… poi ha chiesto ad altri.
Il missionario Francesco Saverio ha fatto proseliti in molti paesi asiatici, ma è praticamente scappato dal Giappone. Diceva che il giapponese era una lingua inventata dal diavolo: è talmente incasinata che puoi dire il contrario di quello che stai sostenendo. Mentre sembrava che avessero capito, in realtà non avevano capito una mazza. Soprattutto Saverio rimaneva inorridito dal fatto che dopo essersi battezzati continuassero con le loro pratiche ataviche come se niente fosse.
Parlando di un argomento più leggero come il cibo, spesso lo chiamano solamente “cibo europeo” come se spagnoli, francesi, italiani e inglesi (esiste il cibo inglese?) mangiassero tutti le stesse cose. E spesso criticano la nostra cucina, ma se poi vai a guardare, il 99% dei ristoranti italiani e francesi è gestito interamente da giapponesi che non di rado cucinano obbrobri, come gli ormai famosi spaghetti al ketchup. Credono di essere talmente abili da poter fare tutto e meglio di altri, se poi dici che in Italia qualche ristorante giapponese è gestito da cinesi gridano allo scandalo. Hanno un ente che protegge il cibo giapponese all’estero; ma il cibo estero in Giappone può essere seviziato senza pietà. Carbonara acquosa con uovo mezzo crudo sopra e una fettina sguazzante di pancetta, pizza con mais, uova e maionese (esiste anche la pizza alla carbonara, ma ahimè non la carbonara alla pizza) e spaghetti con uova di merluzzo e alga nori sopra, che intende simulare il prezzemolo. Se non ti viene il mal di stomaco per gli intrugli che ti somministrano, ti viene per la rabbia.
Sono molto combattuti, a volte si sentono inferiori e ammirano tutto ciò che è occidentale, ma più spesso si sentono superiori a noi e si fidano più di un piatto di pasta preparato da un giapponese piuttosto che da un italiano. Io dico che non conoscono il gusto del cibo e lo imitano solamente e male. Loro sono invece convinti che gli stranieri non conoscono il gusto giapponese e quindi un piatto fatto da loro è sicuramente migliore. Ovvio, devono essere autoreferenziali anche nei sapori! L’importante per loro è che un piatto abbia l’aspetto di essere italiano (o di qualche altro paese del pianeta Estero), ma poi nella sostanza deve avvicinarsi al gusto a cui sono abituati.
Altro esempio: prima esaltano il Rinascimento, l’Opera e le nostre città, poi però ti dicono che l’arte Ukiyo-e e il Kabuki sono migliori e se gli nomini tutte le cose belle che ci sono nel mondo, loro ribattono che in Giappone ci sono tante terme e siamo noi a dover invidiare loro (se gli dici che le terme ci sono anche in Italia dal tempo degli Etruschi, o dicono che lo ignoravano o ti rispondono che l’acqua sicuramente non sarà abbastanza calda come qui in Giappone).
Spesso un complesso di inferiorità ne genera uno di superiorità e sentendosi ammirati e dipendenti dalla cultura occidentale, combattono questo complesso con l’orgoglio e il convincimento di essere superiori a tutti i costi. Un altro mio studente mi diceva che andava quasi sempre al ristorante italiano e qualche volta a quello francese e praticamente non mangiava giapponese quasi mai, quando però gli ho chiesto quale fosse il suo piatto preferito mi ha risposto: il sushi.
Non mi piace parlare di culture inferiori e superiori e a volte ammetto che tutto questo è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, ma sono talmente irritanti e supponenti che non ce la faccio a lasciarli cuocere nel loro brodo.
In quanto italiano devo ammettere però che in alcuni casi mi guardano con ammirazione e la nostra fama fa la differenza, rendendomi ogni tanto la vita più facile degli altri. Se prima erano gli americani ad essere ammirati nonostante gli avessero tirato addosso 2 bombe atomiche, adesso gli europei e soprattutto i francesi e gli italiani sono ben visti perché i giovani sono amanti della moda, del cibo etnico (comunque il sushi è sempre il sushi) e di macchine sportive; perché niente è più necessario del superfluo, no? (di chi era questa Heike? Ancora Oscar Wilde?) Domani scopriranno di essere amanti della cultura spagnola, ma tutto, ovviamente, per sentito dire perché le differenze proprio non le vogliono capire. Capire significherebbe ammettere e piuttosto che ammettere qualcosa che possa mettere in discussione la loro superiorità preferirebbero farsi ammazzare.
L’estero è tutto uguale e i giapponesi sono unici al mondo. In futuro mi piacerebbe modificare e tradurre quello che sto scrivendo per far sì che si rendano conto e provino a correggersi almeno in qualcosa, ma so già che non accetterebbero mai né rimproveri né alcun tipo di critica, seppur ironica, fatti da uno straniero. Per esempio il film “Lost in translation” fu molto criticato e reputato offensivo, mentre noi ci facciamo prendere in giro dal mondo intero e al contrario ci lamentiamo quasi sempre di noi stessi (al massimo dei cinesi; ma, siccome lo fanno tutti, non vale). Se sono diventati così è proprio perché manca loro completamente il senso dell’autocritica e dell’autoironia .
Non sono certo l’unico che scrive male del Giappone e altre persone molto più qualificate di me hanno già scritto dei libri dove descrivono i molti mali di questo paese (leggetevi gli scritti di Karl Löwith sul Giappone); ma la loro risposta naturale è sempre quella: gli stranieri non hanno la sensibilità per capire l’animo giapponese. E si chiudono nel loro guscio vuoto, facendo finta che sia il tutto.

Minasan kiwotsukete
Urakidany

Nella foto: Eppure a me fa quasi gola...altre foto qui.

lunedì, settembre 29, 2008

Come fosse antani

Due anni di post, oggi.
Se c'è una cosa che ho imparato, in questi due anni di inesattezze comunicative, è che è molto più facile scrivere all'interno di uno schema predefinito, piuttosto che affrontare il terrore della pagina bianca. Un po' come quando alle medie c'era il tema libero, ma la professoressa diceva inseriteci un conflitto generazionale, due catene montuose, un cavallo ipocondriaco e la morte di Danton. Era in effetti più facile, piuttosto che scrivere semplicemente un tema libero così come ti veniva.
E quindi ho scoperto che le rubriche aperiodiche mi davano sicurezza, bene o male, perchè, di fronte all'eterna domanda che scrivo oggi? potevo rispondermi con è un sacco che non faccio un post su Mastrota, o sulle cose che non importa sapere, o su Dylan McKay, o sulle chiavi di ricerca più buffe del web.
Ma ora sono un ometto, non ho più bisogno di queste stampelle narrative, faccio da solo, vado in bici senza mani, sono un adulto!
Tranne oggi.
Signore e signori, vi invito a celebrare con me il secondo anno di vita del mio blogghetto con il Come Eravamo dei post dell'ultimo anno (nuova rubrica aperiodica, direi).
Ottobre 2007: Esagero subito, e scrivo un post che ci vuole un giorno a leggerlo. Però la foto è bella. Deliro, dopo troppe ore di lavoro, e presento Dante Chianti. Me ne pento subito. Ma mi riscatto con Giangi.
Novembre 2007: Vado alla posta. Creo polemicone qualunquiste. Pedalo. Insulto gli sboroni e i fascisti. Faccio social blogging. Insomma, la solita roba.
Dicembre 2007: nell'ordine: escatologia, sociologia, critica cinematografica, arte sequenziale, zampine rotte.
Gennaio 2008: scrivo il post che probabilmente avrebbe voluto scrivere Umberto Eco, se fosse stato un imbecille. Mi vergogno di fare sempre il cretino, e faccio ammenda. Ho una stilista personale. Scopro cose terribili (ma risapute) su Sanremo. Arriva Kikkafuffy (Mak, l'ho letto il tuo commento delle Smarties, sappilo). Un politico non proprio affascinante svela un lato di sè che non conoscevo, ma che apprezzo.
Febbraio 2008: Cos'è il soffitto di Tantalo? Mostri giganti e vecchietti invadenti. Il post di maggiore successo, anche se non capisco perchè. Dopo si parla di politica, credo. Infine, un post oggettivamente brutto, ma che amo molto.
Marzo 2008: Bonton da cerimonie nuziali, la telefonata tra Jova e Ben Harper, cronaca nera. Poi mi immergo nell'acquario e non trovo l'uscita, ma prontamente riemergo per dedicarmi alle elezioni.
Aprile 2008: Un piccolo racconto sul mondo del lavoro. Poi parlo di me, piuttosto sincero, anzichè no. Berlusconi vince di nuovo, e io mi rompo. Materiale genetico scadente. Infine, la carta stampata dimostra di non valere la carta su cui è, appunto, stampata.
Maggio 2008: alla prossima catena mi incazzo. Però questa era simpatica. Seguono un post crudele, ma necessario e un post necessario, ma crudele.
Giugno 2008: Qui mi faccio ridere ancora a mesi di distanza (mamma quanto sono patetico). A proposito di patetici, arriva Fausto Bertinotti. L'inferno, o il purgatorio, non so, si avvicina.
Luglio 2008: Il concerto della cover band - attenzione - dei Litfiba. Un accessorio inprescindibile. La posta del cuore di Satomi, si, quello coi capelli viola di Kiss me Licia, esatto. Per concludere, il problema ontologico delle peschenoci.
Agosto 2008: Mi fa caldo, al massimo posso parlare di Palermo. Per fortuna ci pensa Urakidany, ad intrattenervi tutti.
Settembre 2008: l'autunno mi immalinconisce, e mi fa porre grandi domande. Però poi mi scuoto, e affronto una trilogia da paura: l'irresistibile attrazione tra le fontane e le monetine, l'irresistibile attrazione tra la mia macchina e la rimozione forzata, l'irresistibile attrazione tra l'accurata pianificazione e la potenza distruttrice del caos.
Gente, amici, grazie per essere ancora qui a quelli che sono ancora qui, grazie per essere arrivati a quelli che sono arrivati e niente a quelli che sono andati via (che, volevano un grazie pure loro, 'sti zozzi?).
Ciao, e grazie davvero, a tutti.
Filippo

mercoledì, settembre 24, 2008

Trümmerliteratur

È estate finalmente.
Le vacanze non ti sono mai, mai sembrate così irraggiungibili come negli ultimi mesi.
Appena rientri a casa, ti slacci la cravatta, butti la giacca sul divano, prendi la valigetta e la nascondi nell’angolo più profondo del più nascosto degli armadi, nascondi le chiavi dell’ufficio, spegni il telefonino e non lo riaccendi, hai deciso, per tre settimane.
Almeno tre settimane.
Tu, tutto l’anno, per tutto l’anno, hai avuto un pensiero fisso, declinato su migliaia di contesti e soggetti: lo faccio quando sono in ferie.
Tutti quei libri che hai messo sullo scaffale, pensando di leggerli quest’estate, sdraiato al fresco su un’amaca, mentre bevi una birra fresca.
La musica, i cd che ti sei masterizzato e che devi ascoltare, quest’estate, con le cuffie in testa, magari con il lettore mp3, la mattina, mentre fai jogging.
Ah già, perché ci sono anche gli esercizi, il mettersi un po’ in forma, ti sei ripromesso lo avresti fatto quest’estate, bici, corsa, piscina, appena hai tempo inizi.
E tutti i film scaricati col mulo? Ormai ne hai talmente tanti che di estati, per vederli tutti, ce ne vorrebbero dieci. Eppure te l’eri ripromesso, di vedere di nuovo tutta la prima serie di Heimat, la sera, con le finestre aperte, coperto di Autan…
Tante cose da fare, tre settimane per farle.
Ma finalmente, davvero, dopo un anno, finalmente, un po’ di tempo per te.
Finalmente.
La mattina dopo, il frigorifero è rotto. E il centro di assistenza è chiuso (per ferie).
Nei sei giorni seguenti, nell’ordine:
- Perdi il bancomat;
- Ti rifanno la fiancata della macchina con un cacciavite a stella (presumibilmente, data la profondità e raffinatezza dell’incisione);
- Scopri che un pennarello viola è entrato nella lavatrice insieme alle tue camicie;
- Piove;
- Perdi le chiavi di casa (due volte);
- Scopri che il tuo capo ha anche il numero del tuo telefono di casa;
- Ti rubano la macchina, quella con la fiancata rigata;
- Ritrovi la macchina, ma dopo che un barbone l’ha usata anche per dormirci (ma non solo);
- Scopri quanto fa male il colpo della strega. E una spalla lussata. E perdere un’unghia;
- Perdi (di nuovo) il bancomat.

Basta basta, è il vivere in questa città che ti stressa, ti uccide, ti fa uscire di testa.
Hai deciso che domani si parte per il mare, punti la sveglia alle cinque e mezzo e vai a letto presto, si, domani vuoi partire prestissimo, il caldo il traffico le partenze intelligenti, e poi porca miseria, vuoi mettere la bellezza di alzarsi presto nel fresco del mattino e guardare l’alba?
Alle due ti si spalancano gli occhi (era una zanzara quel rumore?) e passi quelle che ti sembrano ore a pensare “dio, devo dormire, devo dormire per forza o domattina non avrò la forza di alzarmi, devo dormire, devo dormire, alle sei suona la sveglia e io non sto dormendo, sarò un cadavere domani, devo dormire devo dormire”, poi alla fine ti alzi per bere un po’ d’acqua, temi che ormai manchi pochissimo alle sei, tipo dieci minuti, e non hai dormito per niente, guardi l’orologio e sono le dieci e mezzo, la sveglia non ha suonato (fuori, nel mondo, la gente vive).
Settembre è vicino, finalmente.

venerdì, settembre 19, 2008

Arruolatevi!

Io, ieri.
Sono le sei, mi sveglio con Elle che mi chiede dove ho parcheggiato la macchina, mentre in sottofondo c'è quel piacevole rumore dell'idropulitrice del lavaggio strade che passa davanti alla porta di casa.
Lo so dov'è la macchina, è proprio dove non dovrebbe stare, in divieto di sosta.
Con rimozione forzata.
Mi alzo di corsa, calzinimagliettafelpapantaloniscarpe chiavidellamacchinachiavidicasapatente, forse faccio in tempo, magari non sono ancora passati di lì, fino alle sette fanno il giro, di sicuro hanno sonno anche loro, volo tra lampi di blu, corro in aiuto di tutta la gente, Miva lanciami i componenti, giro l'angolo ma è tardi, il mostro Aniba m'ha già portato via la macchina.
Torno a casa, rientro a letto e non dormo per un'oretta.
Fatta colazione, chiamo i vigili e mi faccio dire quale FOTTUTISSIMA carrozzeria era di turno stanotte per la rimozione forzata.
Quella più lontana.
Ok, dobbiamo andare a ritirare la macchina alla carrozzeria, dico, prepariamo i soldi.
Speriamo di averli, dice Elle.
C'è un autobus che ci scarica lì di fronte, vado a compare i biglietti, apro il portafogli e dentro ci trovo 2 euro e il cadavere di una forbiciste. Porca miseria, s'infilano d'appertuno, 'ste bestie.
I due euro li uso per comprare i biglietti dell'autobus, che mi ricordo c'è una banca vicino alla carrozzeria, preleviamo al bancomat quando siamo lì.
Speriamo non sia rotto, dice Elle.
Andiamo alla fermata, ma dobbiamo aspettare in strada perchè il marciapiede è ingombro di SUV, che i puttanoni biondi li parcheggiano dove possono, che devono accompagnare Kevin e Tamara e Maldestra all'asilo, se parcheggiano lontano poi si stancano.
Vavè.
L'autobus arriva, saliamo, riparte. Ci scarica in piazza, facciamo duecento metri (durante i quali incontro chiunque - ehi, come mai da queste parti? Devo andare dallo Zini a riprendere la macchina che mi hanno portato via stanotte. Eh, ma devi stare attento, sai quanto ti pigliano ora?) facciamo duecento metri, dicevo, e il bancomat è rotto.
Non importa, di sicuro alla carrozzeria hanno il POS, vuoi che non ce l'abbiano, guadagnano MILIONI con la rimozione forzata, hanno rifatto l'officina e c'hanno messo le maniglie in oro, vuoi che non abbiamo un cazzo di POS di merda per il bancomat del cazzo?
Speriamo ce l'abbiano, dice Elle.
Cartello all'ingresso dell'officina: Le auto rimosse possono essere ritirate SOLO dopo il pagamento del deposito. Accettiamo SOLO contanti.
Ci sarà un'altra banca qui vicino, no?
Si, a cinque chilometri.
Non è che magari abbiamo nelle tasche del denaro di cui non siamo a conoscenza?
No.
Che dici, accetteranno traveller's cheque?
No.
Cambiali?
No.
Reni?
Dai, i miei abitano qui dietro, andiamo a casa loro, facciamo l'ennesima figura da inetti e facciamoci prestare la loro macchina per andare a cercare un bancomat.
Ok, speriamo siano in casa, dice Elle.
La guardo.
Lei tace.
I miei sono a casa. Ma stanno per uscire.
- Mamma, ho la macchina dallo Zini, perchè...
- Oddio, hai avuto un incidente?
- No, c'era il lavaggio strade e ce l'hanno portata via stanotte, e...
- Ma ti sei fatto male?
- No mamma, ero a letto.
Ci prestano la macchina, raggiungiamo una banca, preleviamo, torniamo indietro, lascio i soldi a Elle, Elle alla carrozzeria e torno a casa dei miei a lasciare la macchina, che loro devono uscire, e finalmente mi siedo, aspettando che Elle venga a prendermi.
Drin.
Pronto.
Sono Elle.
Dimmi.
Non mi ha lasciato le chiavi della macchina.

Non erano ancora le dieci.

Tutto praticamente vero (giusto due-tre cose per rendere il tutto più romanzesco).

lunedì, settembre 15, 2008

E allora non si capiva

Ieri ero a Ravenna, e penso che in quanto ad assessori al traffico là stian messi peggio di noi, visto che a un certo punto la provinciale a due corsie su cui viaggiavo è diventata senza darlo a vedere (a me) una rampa a una corsia per entrare su una strada statale grossona; così, dopo aver realizzato che ciò che stavo per fare (imboccare contromano una statale grossona) non era cosa buona e giusta, mi sono fermato e ho fatto retromarcia, non senza che due macchine si tamponassero per evitarmi, e il conducente di una delle due decidesse di interrogarmi, bava alla bocca, sulla mia conoscenza della viabilità cittadina e del codice della strada.
Stavo quasi per rispondergli a tono, poi però ho visto che indossava la divisa della bassa manovalanza di Mirabilandia (Roger Workman) e mi sono scusato per la mia imperizia, pensando che la vita doveva essere già stata abbastanza crudele con lui .
Vedere Ravenna mi ha spinto alla seguente riflessione: ma com'è che dove c'è una qualunque forma di fontana, o una qualunque cosa anche vagamente somigliante a una fontana, le persone sentono l'impellente desiderio di lanciarci dentro monetine da cinque centesimi?
Come, cosa, cosa vi spinge? Voglio dire, perchè? Che senso ha?
Porta fortuna, mi si dice con espressione annoiata.
Mi sembra naturale, lancio oggetti di rame nelle fontane ad ossidarsi e trasformare l'acqua in un liquame verdastro. Invero questo mi donerà fortuna.
Ma si, lo so che sono noioso, pedante, didascalico, e che non ho ancora capito che le persone, la gente, tutti hanno bisogno di credere in qualche cosa che cambierà la loro vita (in meglissimo) con un gesto semplice ed economico, comprare il biglietto della lotteria, giocare al superenalotto, buttare una monetina in una pozza o, come ho visto nella chiesa di Sant'Apollinare in Classe, buttarla in una porzione di pavimento scoperta e recintata per mettere allo scoperto la pavimentazione originale?
E' più basso del pavimento?
E' circondato da una balaustra?
Quindi è una pozza della fortuna e io ci butto le mie monetine.
Ma guardi che non c'è acq...IO CI BUTTO LE MIE MONETINE, HO DETTO.
Il mondo è strano.
E popolato da idioti.
La maggior parte dei quali imbocca contromano le statali, ovviamente.

Nell'immagine: l'Apocalisse è vicina. E Hallo Kitty è il suo profeta.

giovedì, settembre 11, 2008

Gli stranieri non capiscono - II (reloaded) 3/3

Bene gente, ecco il pezzo forte di questa trilogia. Urakidany conclude l'approfondimento sulla cultura Jappa e ci saluta per un paio di settimane, per tornare più carico di bile; voi continuate a chiedere e domandare, che siamo qui apposta per rispondere.
Per chi si fosse perso per strada: Urakidany è un amico italiano che vive a Tokio da anni, e ha finalmente (dopo mie lunghe insistenze) deciso di condividere le sue analisi antropologiche su quel lontano paese, dicendosi inoltre disponibile a spiegare a tutti noi le cose che non capiamo. Quindi, se avete dubbi, curiosità e domande, chiedete e lui vi dirà.

Vostro Heike


Parte tre di tre: i rapporti umani...
Continuando il discorso del contatto umano, sembra che in realtà ai giapponesi in genere piaccia molto essere toccati, ma non possono farlo in quanto la loro severa società giudica questi atteggiamenti imbarazzanti e disdicevoli. I bambini, soprattutto maschi, raggiunti i 5 o 6 anni vengono praticamente educati a non cercare più le coccole dai genitori che comunque in media non li baciano mai, visto che anche il bacio naturalmente non va bene. Gli esseri umani usano moltissimo la bocca sin da piccoli come organo sensoriale ed è per questo che baciamo, è un gesto naturale e per questo, per il loro contorto modo di pensare, deve essere evitato soprattutto in pubblico. In compenso in treno gli impiegati leggono le riviste porno che è un piacere e nei piani superiori dei negozi di giocattoli e videogiochi sono presenti reparti porno, ma naturalmente un bacio tra due innamorati ferisce molto più profondamente l’animo sensibile e delicato come un fiore di ciliegio di un giapponese.
Tornando ai bambini, quando vanno in braccio ai genitori in cerca di coccole vengono allontanati e messi in ridicolo, colpiti nel loro animo infantile sentendosi dire che non devono essere fastidiosi come il “kutsukimushi”, letteralmente “insetto appiccicoso”, perché le coccole come si sa possono essere più fastidiose della zanzara tigre. E’ un tipo di educazione che li porta alla distanza ma è solo una repressione, visto che il desiderio rimane e poi li porta al fenomeno del “chikan” che è praticamente il loro sport nazionale dopo i baseball. Il chikan è quel tipo che fa la mano morta nei treni affollati e si possono vedere nei vagoni e nelle stazioni degli avvertimenti che intimidano dall’astenersi da questa pratica per fortuna punibile ai sensi di legge.
Naturalmente la maggior parte delle coppie sposate dorme in letti separati, e a volte anche in camere separate, perché la privacy è importante e anche il matrimonio è poco più di uno sport. Vince chi fa la cerimonia più bella (anche su questa ce ne sono parecchie da dire) e chi sposa l’uomo più ricco o la donna più giovane. Nel mio caso, mi sono trovato a vivere col padre di mia moglie non volendo lasciare un anziano da solo, e purtroppo abbiamo fatto un grave errore. Una normale persona sarebbe felice di vivere insieme a sua figlia felicemente sposata ed in procinto di avere figli ma la normalità non è una peculiarità giapponese.
Sicuramente preferirebbe avere un genero che lavora fino a mezzanotte o che va nei club di hostess con i colleghi per poi tornare a casa e non considerare la figlia, piuttosto che un marito affettuoso che dorme insieme alla moglie e che, quando può, sta sempre con lei. I miei atteggiamenti da italiano nei confronti di sua figlia (mia moglie) lo mettono in imbarazzo e se ne sta praticamente tutto il giorno chiuso in camera e pranza e cena al ristorante per non doverlo mai fare con noi.
Sono schiavi di loro stessi, delle assurde regole che hanno creato e duri come sassi non riescono a capire che la fonte di tutti i loro problemi e infelicità è da ricollegare non un giorno alla Corea e l’altro alla Cina o agli stranieri in genere, ma a tutto il sistema che si sono creati per proteggere e perpetuare nel tempo la loro preziosa diversità. Ci sono delle persone che, praticamente disperate, scappano in altri paesi schiacciati da tutto questo, assolutamente impotenti nel cambiare le cose convinti che non cambieranno mai se non in peggio.
Gli stranieri (diciamo occidentali) sono gli unici a vivere bene ed essere in parte esonerati dalla cerimoniosità e follia di questa società ed è per questo che io vivo qua. Sono un privilegiato e non mi lamento della mia vita ma non per questo posso chiudere gli occhi su tutto ciò che mi circonda e che comunque esiste, è reale e per niente bello. Chi non lo vede, dai giapponesi agli stranieri che si riempiono la bocca di adulazioni nei confronti del Giappone, è perché non vuole vederlo o perché è troppo superficiale per capirlo.
I problemi esistevano anche in Italia, per quanto profondamente diversi, ma ora sono qui, assolutamente libero di bacchettare il paese in cui vivo…parliamoci chiaro, è anche uno sfogo per me molto salutare.

Minasan kiwotsukete
Urakidany

Nuove e meravigliose immagini del Jappone qui, descritte e commentate in calce da Urakidany non appena il fuso orario lo permette.

Nell'immagine:
dov'è finito il mio portafogli? Signorina, lo ha preso lei?
(immagine presa da qui - non cliccate se siete in ufficio!)

mercoledì, settembre 10, 2008

Gli stranieri non capiscono - II (reloaded) 2/3

Come promesso ieri, continua la disamina delle virtù (poche) e dei vizi (tanti) dei giapponesi fatta da un italiano che vive in Jap. Ecco quindi la seconda parte, quella piccante. Infatti il buon Urakidany oggi ci parla delle cosacce. Heike

Parte due di tre: il sesso...
Un’altra ragione della censura secondo me sta nel fatto che la mafia locale, la “yakuza” ha interesse nel conservare questo divieto visto che nei loro locali si possono vedere film non censurati ed hanno il monopolio anche di tutto l’ambiente della prostituzione. Praticamente, dopo essersi fatti degli occhi a palla davanti al mosaico si vanno a sfogare con qualcosa che dal vivo non si presenti squadrettata. Per legge la prostituzione è vietata, ma in realtà ogni città ha la sua area, a volte vastissima come la zona di Kabukicho a Shinjuku. E’ come se da noi le prostitute non fossero in strada ma nei bordelli come un tempo, con al tempo stesso un divieto a norma di legge che vieta loro ogni attività. Se noi ci lamentiamo della nostra polizia che non riesce a far sgomberare le prostitute dalla strade, figuratevi quanto sono in gamba i loro agenti che non si accorgono neanche delle insegne al neon che invitano gli avventori a vari servizietti che spesso molte minorenni fanno. E poi si raccontano le barzellette sui carabinieri!
I giapponesi hanno una vera passione per le ragazzine, soprattutto per le scolarette, e parlando di altre contraddizioni, l’esposizione dei genitali sarà pure vietata ma le minorenni sono assolutamente legali anzi, ricercatissime, tanto che le autorità ancora non hanno risposto alle richieste delle Nazioni Unite che invitavano il Giappone all’introduzione di pene severe riguardo i crimini di pedofilia e il divieto dell’apparizione di minorenni nei video per adulti.
Inoltre non dimentichiamo che i genitali sono vietati nella pornografia, ma (come segnalavo nel P.S. dello scorso post) poi si festeggia il pene e la vagina al tempio…. è o non è il paese del contrario? Se andate in una libreria internazionale vedrete che le parti intime dei protagonisti delle riviste pornografiche sono grattate via. Arrivano addirittura a rovinare del materiale nuovo e poi venduto caro perché d’importazione. Ve lo immaginate uno che di lavoro gratta gli oggetti della vergogna dalle riviste? Poveri ragazzini giapponesi, neanche vedendo un film per adulti possono avere un minimo di soddisfazione dalla vita, ovvio che poi crescono disturbati.

Minasan kiwutsukete
Urakidany

Ok, lo ammetto, questo post è un po' breve, ma prometto che compenseremo con quello di domani, bello lungo e bello bello. Per l'intanto, potete consolarvi con le stupende immagini che Urakidany ci manda dal paese del Sol Levante, cominciando dalla mia preferita, che ho messo a commento del post: il segnale di divieto di accesso alle donne e ai bambini in un quartiere erotico. Son troppo avanti 'sti tizi.
Altre immagini, qui (quelle sul quartiere a luci rosse - invero piuttosto caste) e qui (quelle sul mangiare male - per niente caste, argh)

martedì, settembre 09, 2008

Gli stranieri non capiscono - II (reloaded) 1/3

Faccio una pausa perchè in ufficio due palle, e lascio la parola ad Urakidany, che vorrebbe aggiungere due parole al suo ultimo post, però, siccome in realtà sono tante e non sono due, facciamo un post lungo e lo spezziamo in tre puntate, oggi, domani e il giorno che viene dopo porca miseria come si chiama, dopodomani, ecco. Ringraziando Uraki perché è un grande, non posso poi non complimentarmi con me perché, ammé, questa rubrica piace da impazzire.
Vostro Heike

Parte uno di tre: il cibo...
Prima di rispondere alle nuove domande, vorrei approfondire alcuni argomenti dell’ultimo post e vorrei cominciare dall’alimentazione. Ho scoperto recentemente che sembra che i giapponesi abbiano il tratto intestinale più lungo di un metro rispetto al nostro, e questo è dovuto al fatto che la loro alimentazione fosse di origine vegetariana o a base di pesce. Rispetto ai cinesi, per esempio, hanno non solo le gambe più corte ma anche la schiena più lunga, e questo deriva proprio dalla necessità di contenere più intestino. Il contrario avviene invece per esempio nei popoli carnivori come quelli dell’Africa che hanno le gambe lunghe, il torso corto e il tratto intestinale breve, visto che la carne non può rimanere a lungo se no marcisce. Per questo adesso che i nipponici sono diventati carnivori si sono incasinati i denti e infradiciate le budella dato che il Giappone detiene il record mondiale di casi di cancro all’intestino, dovuto naturalmente anche alle porcate e al frittume che mangiano.
Oltretutto nonostante se ne vantino non è una cultura dell’olio. Friggono tutto e male con oli di cattiva qualità che vengono filtrati e riciclati fino al punto di dover fare il tagliando come quello delle macchine. Alcuni sostengono addirittura che l’olio di semi o di sesamo sia di migliore qualità rispetto a quello d’oliva.
Parlando di ristorazione invece, andando in giro per le strade di Tokyo si può rimanere sorpresi da un cospicuo numero di ristoranti e convenience store. I convenience store, abbreviato a combini (abbreviano tutte le parole di origine straniera, storpiarle non bastava) sono dei negozi aperti 24 ore e sembrano un incrocio tra un nostro alimentari e una rosticceria. Naturalmente il cibo è pessimo al confronto e mai fresco e basta entrare dentro per essere colti da un odore nauseabondo e ammaliati da schifezze come gli spaghetti “Napolitan” a base di ketchup e wurstel da riscaldare al microonde. Non c’è una sola volta in cui non venga preso da dolori di stomaco dopo aver mangiato anche la cosa più innocua che vendono. Questi meravigliosi punti di ristoro sono di origine americana e quando si parla di cibo si sa che gli americani la sanno lunga, oltretutto i giappi si sorprendono o si lamentano del fatto che in Italia non ci siano questi convenientissimi negozi. In Giappone la parola “conveniente” supera per importanza la parola “buono” e “bene” e un altro paradosso riguardo questa discutibile convenienza è che mentre i combini sono perennemente aperti, gli ospedali chiudono in genere verso le 5 del pomeriggio e il sabato e la domenica. Se alle 3 di notte sei colto da improvvisa voglia di spaghetti al ketchup tipo donna incinta puoi trovarli nel combini accanto a casa tua, se poi ti vengono dei dolori lancinanti allo stomaco puoi pure morire. Nel centro i supermercanti falliscono in continuazione, per lasciare spazio a nuovi combini che sono onnipresenti e questo perché loro non cucinano praticamente mai. Solo le donne anziane non cedono a tutta questa convenienza e continuano imperterrite a cucinare (sti vecchi!) mentre tutti gli altri vivono di combini, ristoranti economici e pranzi precotti. Naturalmente se chiedi a un giapponese il cibo giapponese è il migliore del mondo e noi stranieri mangiamo grasso e male. L’ho sempre detto io, avrei dovuto essere più idiota e ignorante per vivere meglio.

Minasan kiwotsukete
Urakidany

PS: avete dubbi, curiosità, domande, questioni, ambasce sul Giappone e i Japponesi? Chiedete ad Urakidany e lui vi risponderà: blogottuso@gmail.com, o direttamente qui sotto nei commenti. Konnichiwa!

sabato, settembre 06, 2008

Annunciaziò annunciaziò

Gente, lo so che è un po' tardi per avvertirvi, ma le pulizie di casa mi hanno preso più tempo del previsto. Insomma, per chi stasera non ha niente di meglio da fare (ma anche per chi ce l'ha) c'è un'interessantissima occasione per ampliare la propria cultura.
A Prato, via Pomeria 90, presso la Casa delle Associazioni, a partire dalle ore 21.30 (ripeto: 21.30), ci saranno alcuni amici miei a celebrare la Costituzione con letture (articoli della suddetta Costituzione + brani di grandi autori contemporanei) e canti tradizionali di resistenza e lotta (c'è anche il Piave mormorò, non passa lo stranierooo) (o almeno, mi pare) (se poi non lo cantano, mea culpa).
Venite a celebrare la Costituzione! Venite a cantare brani di resistenza e lotta! Venite! C'è anche il bar con la birra a poco! E, forse, se siete abbastanza sfortunati, magari potreste anche conoscermi (sono quello con la maglietta di Tintin).

giovedì, settembre 04, 2008

Un problema sociale di ordine nazionale (perchè nessuno pensa ai bambini?)

E' inutile girarci attorno: il nostro paese sta attraversando una crisi grave, seria, senza precedenti.
Ciò che stiamo sperimentando in questi anni è un fenomeno incontrollabile, diffuso, endemico, al quale le autorità non sono in grado di porre rimedio.
Sto parlando, ovviamente, delle lucciole.
Mi direte: non è un problema nostro, a noi che ci frega, noi stiamo nelle nostre case, protetti, ci mangiamo le lasagne, guardiamo La Corrida e siamo felici.
Come siete ingenui.
Il mondo è un unico organismo vivente, un insieme di relazioni inestricabili ci lega gli uni agli altri, ciò che accade ad uno colpisce tutti gli altri.
Il destino delle lucciole è anche il nostro.
Per questo vedere i prati, i giardini, gli orti, i boschi, tutti questi luoghi, deserti dalle piccole luci che rappresentano il trionfo dei coleotteri sull'ambiente, ecco, tutto questo mi rattrista.
Dove sono finite le lucciole?
Perchè sono scomparse?
E' forse un tremendo presagio per gli anni a venire?
Io non lo so.
Una cosa sola, so.
Che un'estate senza le lucciole non è estate*.
Che si siano definitivamente estinte?
Ci attende forse un mondo sprovvisto della loro tenue, debole, fredda bioluminescenza?
I bambini del futuro dovranno forse rinunciare al sogno di ottenere 100 lire destinando una lucciola alla morte per soffocamento dentro un bicchiere?
Auguriamoci non sia così.
Auguriamocelo.

*figuriamoci poi se non c'è nemmeno il festivalbar.

Nella foto:
automobilisti e pedoni si scambiano opinioni sulla misteriosa scomparsa delle lampirydae.

lunedì, settembre 01, 2008

Get back

Non importa,
Non importa più.
Adesso su Città Cupa il cielo è coperto, sono arrivate le nuvole da nord, speriamo portino pioggia, che la pioggia, quando cade di notte, alleggerisce l'aria, poi il giorno dopo si vive meglio, meglio.
E dopo aver parcheggiato la macchina, camminavo guardando il cielo, e l'aria era strana, i palazzi illuminati dalla luce bassa del sole, e il cielo più scuro, buio, sopra.
Che strano, ho pensato, ci sono i palazzi illuminati dalla luce bassa del sole, e il cielo più scuro, buio, sopra.
Che strano, ho pensato.
E mentre camminavo, mi sono ricordato di quella storia che volevo raccontare, e non sapevo se sarebbe stato un post o un racconto o cosa, di me che la mattina vado al lavoro in bici e la sera torno a casa in bici, e le persone che incontro ogni giorno, che strano, le conosco ormai, anche se non le conosco, e su di loro vorrei scrivere qualcosa, descrivere le facce (o faccie? boh. Watkin, come si scrive?) parlare delle strane abitudini, i gesti, le posture, i piccoli segreti, quello che fanno, dicono.
Al Caffè 21, tutte le mattine alle 9, ci sono tre persone sedute a un tavolino, sono tre poseur, un tizio coi capelli cotonati e la camicia bianca (sempre bianca, sempre) aperta sul petto villoso, dev'essere il padrone del bar, e le due ragazze che sono con lui, sempre in gonna e tacchi e sigaretta accesa e occhiali scuri tirati sulla testa, e la moretta ha degli occhi incredibili, grigi.
E c'è la ragazza polacca in bici che tutti i giorni incrocio davanti al negozio di Ale, biondiccia, con la coda di cavallo, chissà che lavoro fa, la badante, la cameriera, il notaio.
E quel tipo stranissimo, nordafricano, cinquantanni, sempre in giro a ciondolare, triste come solo i maghrebini sanno essere, con in testa un cappellino da baseball rovesciato, lo porta finchè non si distrugge, gliene avrò visti succedersi tre o quattro diversi, nei mesi.
Il barbone grassone, quello coi capelli bianchi raccolti in una coda, è sempre in pantaloncini corti, anche quando piove, sempre pulito e sbarbato, seduto sui gradini di S. Francesco. A volte si sposta, ma non di tanto.
E l'agenzia immobiliare, dove lavorano due-tre ragazzi, tutti uguali, vestiti nello stesso modo e con gli stessi colori, giacca-camicia-cravatta, si metteranno d'accordo la sera per la mattina dopo?, tutti coi capelli rasati e gli occhiali scuri, l'unico diverso è un ragazzo cinese, che non si rade i capelli e non usa la giacca ed è cinese, poi per il resto è uguale anche lui.
poi, la sera, quando torno, e arrivo in piazza, la trovo sempre piena, gremita di ragazzini, tutti vestiti uguali che sembrano militari, ma di un esercito che con le magliette fucsia e le cinture e i pantaloni stretti e i capelli ritti, alti sopra la testa.
Vado a casa, ma a volte faccio il giro lungo, entro nella strada dei punkabbestia, saluto Fasil che beve un bicchiere di latte davanti al bar di Lucio, e passo sotto la statua dell'inventore della cambiale, che era ricchissimo ma non aveva nessuno che lo amava, e quando morì lasciò tutti i suoi beni ai poveri, e la sua fondazione era la Casa del Ceppo, e a Città Cupa i regali così si chiamano, si chiamano ceppo, ancora, ancora oggi.